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Numa Pompilio Il Clericale
Numa Pompilio,
Numa Pompilius, nacque a Cures, una delle capitali dei Sabini, nel 754 a.C.
e mori nel 673 a.C.. Numa Pompilio fu il secondo re di Roma, dal 715 a.C., sino
alla sua morte. Alla morte di Romolo, la città pur sviluppata
e raddoppiata in numero per la presenza dei Sabini e altre stirpi che stentavano
a fondersi, non aveva un successore. Al momento di eleggere il secondo re, le
fazioni più numerose, quelle dei romani e dei sabini, era arroccata nelle loro
scelte partitarie, rendendo la situazione stagnante. In quella situazione, Roma
fu governata dai Patres, per più di un anno. I
senatori si alternavano al comando ogni dieci giorni, nel tentativo di
costituire un governo oligarchico e sovvertire la monarchia, ma il popolo
spingeva per l’elezione di un altro re. I romani
avevano scelto il loro compatriota Proculo Giulio, mentre i sabini
parteggiavano per il loro Velesio. “Quiriti, scegliete il re di Roma, questo è il
volere dei Senatori. Se chi nominerete sarà degno di essere il successore di
Romolo, i Patres approveranno.”
Il senato
deliberò che
il popolo romano avrebbe scelto il suo re, tra i senatori sabini e i sabini lo
avrebbe scelto tra i senatori romani. Romolo se n’era andato senza lasciare un erede, ma Tito
Tazio che aveva governato con lui, aveva lasciato una figlia chiamata Tazia e
tramite lei, i romani scelsero suo marito Numa Pompilio, appartenente alla Gens Pompilia, uomo saggio e religioso. Di fronte a quella scelta, i sabini
rinunciarono a proporre il loro candidato, poiché nessun aspirante poteva migliorare la scelta. I Patres
all’unanimità acconsentirono.
Numa Pompilio, trentasettenne, placido e rotondo, aveva ricevuto
una rigorosa educazione, mostrando rettitudine. Numa era un tipo super
partes, noto per la sua mitezza d’animo e
religiosità, massima autorità in materia, tanto da meritarsi in seguito l’appellativo
di Pius. A Cures furono inviati Proculo e Velesio, i due senatori
più influenti fra i romani e i sabini, per offrirgli il regno. Ma, Numa Pompilio, seppur lusingato, non ne
voleva sapere d’accettare il gravoso incarico, poiché non si riconosceva negli
ideali bellicosi di quelli che sarebbero diventati i suoi sudditi. Velesio e Proculo cercarono di
convincerlo, insieme a Tazia, la quale lo supplicava di accettare, poiché
acconsentire significava servire gli dei. Quando i due senatori arrivarono nella sua
casa, Numa era appena tornato da una lunga passeggiata meditativa nei boschi. Numa
amava la vita semplice e tranquilla e non ambiva a nessuna carica politica.
Conoscendo il marito, Tazia fece leva sulla sua religiosità, sapendo che solo
così avrebbe vinto. “Chi meglio di te può prendere le redini del regno? Sei
devoto agli dei e la tua saggezza è nota in tutta la regione. Se non lo fai per
te, fallo per onorare Giove e le altre divinità che ti offrono questo titolo, nella
speranza di avere un re che li onori come meritano.” Numa
chiese che si consultassero gli dei, come aveva fatto Romolo dopo aver fondato
la città. Sul Campidoglio, un augure, al quale poi sarà concessa perpetuamente
questa pubblica cerimonia, con il capo coperto e reggendo un bastone, chiamato
lituo, pregava. “O padre Giove, se è tua volontà che Numa, qui presente, sia re
di Roma, mandaci un segnale, entro i limiti che ho tracciato con il lituo.” Se
il segnale arrivò, non è dato sapere, ma supponiamo di sì. E Numa fu incoronato sul Campidoglio, diventando capo militare,
giudiziario e religioso dei romani. Nei quarantatré anni del suo lungo governo, Numa spinse i
romani al timore divino, allontanandoli dalla
crudeltà delle guerre, facendo assurgere la
religione a un ruolo primario, anche nelle decisioni speciali della città. Introdusse
canti e suoni nelle cerimonie religiose e abolendo i sacrifici umani. Roma accolse bene quel re pacifista, poiché era già
stanca di guerre e godendo di un lungo periodo di pace, potette consolidare le istituzioni.
Alla fine del suo regno, Numa Pompilio fu
definito filosofo e santo, come Marco Aurelio, molti secoli dopo.
Poiché nel suo regno c’era molta confusione, volle
mettere ordine tra i suoi sudditi e per essere più credibile, s’inventò la
storiella che la ninfa Egeria, gli riferiva dettagliate istruzioni che gli
arrivavano direttamente dall’Olimpo, quando passeggiava per i boschi limitrofi
alla città. Quindi, chi disobbediva non lo faceva solo contro le regole del re,
ma anche contro le regole degli dei.
Lo stratagemma sembrerebbe infantile, ma per l’epoca e
non soltanto, fu efficace. Infatti, ancora oggi si da credito a certe storielle
inventate di sana pianta. Perché non avrebbero dovuto crederci duemila e
settecento anni fa? Negli Stati Uniti d’America, nel XIX secolo, ci fu un certo
Joseph Smith, il quale autoproclamatosi profeta, diceva che rinchiuso in un
granaio, aveva avuto un contatto diretto con Dio e Gesù Cristo, sviluppando per
loro ordine, la corrente religiosa dei Mormoni. E fu creduto, tanto che ancora
oggi, è una delle religioni più seguite, con sedici milioni di adepti. Anche
Hitler, per inquadrare meglio i tedeschi, usava uno stratagemma simile, dicendo
di recarsi periodicamente alla montagna di Berchtesgaden, per ricevere nuovi
ordini direttamente da Dio, al quale obbediva, sterminando gli ebrei e cercando
di sottomettere il mondo. L’autorità, supportata dal volere di Dio, può
controllare tutto.
Numa dotò la
città di un sistema giuridico e di un codice morale, del quale i romani erano
sprovvisti. Bisognava elevare la gente, spiegando loro che nella vita esisteva qualcosa
di più piacevole della guerra, come la religione. Inculcò sapientemente nel loro
animo la paura per gli dei. Per aumentare le celebrazioni religiose, nominò altri
sacerdoti. Nominò un sacerdote perpetuo a Giove, chiamato Flamine. Gli infilò
un abito prestigioso e gli dette una sedia regale. Poi ne aggiunse altri due,
per celebrare Marte e Quirino. Poi, il senatore Numa Marcio fu nominato Sommo
Pontefice, con la mansione di controllare lo svolgimento delle cerimonie sacre,
stabilirne i giorni e recuperare il denaro per sovvenzionarle. Predisposto
anche alle orazioni funebri, la gente poteva rivolgersi a lui per ottenere
spiegazioni sacre. Istituì innumerevoli culti sacrificali, per preservare la
città da inutili guerre ed essere menzionato come fondatore della religione romana.
Numa Pompilio aveva distolto i romani dalla guerra. Aveva creato una comunità
dedita al culto e al rispetto reciproco, per paura di ripercussioni divine, più
che per l’inosservanza delle leggi. In seguito, i popoli vicini furono sempre
timorosi nei loro riguardi, sia perché considerati bellicosi e sia perché
pensavano che a Roma dimorassero gli dei e quindi sacrilego e pericoloso
violare i loro territori e la città.
Numa Pompilio riformò il calendario, seguendo
la periodicità delle fasi lunari dalla durata di 28 giorni e aggiungendo gennaio e febbraio agli altri
dieci mesi, istituiti da Romolo, per equipararlo
con il corso naturale della terra. Scelse i
giorni fasti e quelli nefasti, per fare in modo che in certi giorni non si
prendessero decisioni importanti.
Numa Pompilio instaurò vari ordini religiosi. Il primo
ordine religioso o collegio sacerdotale era composto dai Flamini, sacerdoti che
si dedicano a uno specifico dio. I tre flamini maggiori, compongono la triade
capitolina, Giove, Marte e Quirino. Il flamine Diale si occupa del culto al dio
Giove, il quale aveva un enorme prestigio e concessioni, ma anche delle
restrizioni. Il flamine Marziale si occupa del culto al dio Marte, con meno
restrizioni. Il flamine Quirinale si occupa del culto al dio Quirino. Esistono
altri dodici flamini, per altrettanti dei, meno importanti rispetto a quelli
della triade capitolina. Il secondo collegio sacerdotale era quello delle
Vestali.
Il terzo collegio sacerdotale era quello degli Auguri,
predisposti a cogliere i segnali degli dei che provengono dal cielo, come tuoni
e fulmini, i segnali che provengono dai rettili, dalla maniera in cui si
muovevano o quelli dei polli. Quindi, gli Auguri avevano una grande importanza,
come prendere una decisione durante una guerra. Il quarto collegio sacerdotale
era composto dai Salii, predisposti a scegliere tra la pace e la guerra,
cambiando i diritti e i doveri del cittadino che durante una guerra diventava
un soldato. A loro fu dato l’incarico di realizzare la festa di Quirino e quella di Marte, durante le quali era proibito lavorare. Il quinto collegio
sacerdotale era composto dai Feziali, i quali facevano rispettare i regolamenti
bellici e internazionali. Per dichiarare guerra ci volevano dei presupposti, i
quali andavano rispettati, equiparabili in qualche maniera, ai regolamenti
odierni. Il sesto collegio sacerdotale era composto dai Pontefici, i quali
controllavano che i collegi sacerdotali, si comportassero secondo le regole.
Numa
Pompilio proibì di venerare immagini umane e di animali e la costruzione di
statue raffiguranti gli dei. Definì i confini tra le proprietà dei privati e quelle
pubbliche. Incluse nella città, il colle del Quirinale. Nel Foro fece costruire il tempio
di
Vesta e lungo la Via Sacra il
Tempio
di Giano, le cui porte erano chiuse in tempo di
pace. Numa lo costruì
e subito lo chiuse, avendo stipulato trattati di pace con le popolazioni vicine,
dedicandosi a rendere i suoi concittadini delle mozzarelle. Poi, nei secoli, il
tempio rimase chiuso solo altre due volte. Alla fine della seconda guerra
Punica, al tempo di Tito Manlio e dopo la battaglia di Azio, tra Marco Antonio
e Ottaviano.
A queste
riforme religiose corrispose un periodo di prosperità e di pace che permise
a Roma di rafforzarsi. Numa
armonizzò le tradizioni dei romani e dei sabini residenti a Roma, per eliminare le tensioni fra di loro, riducendo l’importanza delle
tribù e creando legami basati sui mestieri. La
città era divisa nella tribù dei Latini, dei Sabini e degli Etruschi. Ogni
tribù era divisa in dieci curie o quartieri. Ogni curia in dieci gens o casate.
Ogni casata era divisa in famiglie. Le curie si riunivano due volte l’anno per
discutere delle problematiche esistenti e quando era il caso, eleggere il re.
Tutti avevano diritto al voto. La maggioranza decideva. Da portavoce del popolo
e da comandante supremo dell’esercito, il re eseguiva. Una parvenza di
democrazia.
Dopo
la morte della moglie Tazia, Numa divenne ancor più meditativo, trascorrendo le
sue giornate nei boschi a rimuginare. Fu proprio durante una delle sue
passeggiate che Numa aveva conosciuto la Ninfa Egeria, la quale restò incantata
da quell’uomo pacato e gentile, al punto da innamorarsene e renderlo suo
amante. La Ninfa possedendo capacità divinatorie, fu di grande aiuto per Numa,
nel compito di guidare la comunità. Quando il re confidò ai senatori che la
maggior parte delle riforme introdotte erano frutto dei consigli di una Ninfa,
tutti gli risero dietro. Nessuno voleva credergli. “Perché non ci inviti a cena
questa sera e ce la fai conoscere?” Numa, disdegnando onori e sfarzo, rispose
serenamente che quella sera erano tutti invitati nella sua piccola casa. Quando
a sera, i curiosi senatori si recarono a casa di Numa, rimasero sbalorditi.
Quello che da fuori era una catapecchia, dentro era una reggia e sulla tavola
era servito un banchetto regale. Ma il re viveva solo. Come aveva fatto? Da
quel giorno, nessuno dubitò delle sue parole. Numa
incontrava la Ninfa, nel bosco delle Camene, situato a sud est del colle Celio,
dove tra convegni amorosi e passeggiate, elaboravano strategie e leggi per
risolvere i problemi della città. Le Camene erano quattro ninfe legate
alle sorgenti e ai fiumi, chiamate Carmenta, Antevorta, Postvorta ed Egeria, le
quali avevano virtù profetiche e ispiratrici. Nel bosco c’era un tempio e un
monastero dove vivevano e officiavano da sacerdotesse, pur non vivendo in
castità. In realtà, il furbastro di Numa, per essere ascoltato ed evitare
contestazioni, rifilava le sue leggi, spacciate per divine, giacché suggerite dalle
Ninfa che faceva da tramite con Giove.
Nell’ottavo
anno di pacifico
regno, una tempesta incessante s’abbatteva sulla comunità. Numa domandò a
Egeria se potesse fare qualcosa per far cessare quelle continue piogge. La
Ninfa gli suggerì qualcosa e lui corse alla fonte di Pico e Fauno, lasciando
vicino al loro covo numerosi otri di vino. I due compari, abboccando al
tranello, bevvero sino a ubriacarsi. A quel punto Numa uscì allo scoperto e
legò ben stetti a un albero, i due semidei che non si reggevano in piedi,
promettendo la liberta, se gli avessero confidato come fermare la tormenta.
Dopo essere scoppiati a ridere, i due rivelarono che non ne sapevano nulla.
Poi, Fauno disse che avrebbe invitato una persona che sicuramente ne sapeva di
più. Dopo averlo invocato, giunse al loro cospetto nientemeno che Giove, il
padre di tutti gli dei. Al sopraggiungere, nelle vicinanze caddero dei fulmini
e la terra si scosse con i successivi tuoni. Numa riverente, rifece la domanda
e Giove rispose che voleva una testa. Numa che non aveva nessuna voglia di
sacrificare un umano, tergiversò dicendo che avrebbe tagliato una testa di
cipolla, ma Giove replicò che voleva la testa di un mortale. Come desideri,
taglierò la testa di un mortale alla sommità e ti offrirò i capelli. Giove,
inconsapevole della perspicacia dell’uomo, s’accarezzò la fluente barba bianca,
tuonando: “Voglio un’anima.” “Va bene sommo Giove. Sacrificherò un pesce e ti
darò la sua anima.” Giove scoppiò a ridere e aggiunse: “Mi piaci, mortale,
domani ti farò un dono. Raduna il tuo popolo e aspetta un segno dal cielo.” Il
re fischiettando, tornò a Roma, notando con piacere che la pioggia si stava
placando. Il giorno seguente era una splendida giornata di sole e Numa,
ossequioso, decise di dedicare a Giove un tempio sull’Aventino. Nel frattempo
la folla teneva il naso all’insù e le orecchie ben aperte, nella speranza di
avvistare qualche senale divino. All’improvviso dal cielo cadde uno scudo di
metallo ovale, con i due lati concavi. Tra l’ovazione del popolo, Numa raccolse
lo scudo e lo portò alla Ninfa Egeria, per farlo visionare. “Questo scudo ti è
stato concesso da Marte e sino a quando resterà nelle mani dei Romani, saranno
sempre vittoriosi in battaglia. Chi ne è in possesso, non sarà mai sconfitto.”
Numa, con la sua solita scaltrezza, convocò i migliori fabbri della regione per
costruire delle repliche e preservare l’originale. Un certo Mamurio Veturio,
costruì undici copie, così identiche da confondersi con l’autentica. Le
consegnò a Numa, il quale le mescolò con l’originale, per renderlo
irriconoscibile. Poi, chiamò dodici sacerdoti, i Salii,
giovani di bell’aspetto, scelti tra i patrizi, i quali vestirono una tunica
finemente ricamata, con una corazza di bronzo a protezione del petto e consegnò a ognuno di loro uno scudo, per
custodirli e portarli in processione a marzo, a indicare una possibile guerra e
in ottobre, quando si chiudeva la stagione bellica. La sfilata era eseguita con
agili balzi e un battere di piedi, lungo le strade dell’Urbe.
Alla sua morte, avvenuta nel 673 a.C., quando suo nipote, il futuro re Anco Marzio, aveva solo cinque anni, pur ottuagenario e malato, i romani si
gettarono nello sconforto, grati per il lungo periodo di pace e prosperità di cui
avevano goduto, dopo la bellicosa esperienza del regno di Romolo. Il placido sovrano fu rimpianto per molte generazioni.
Anche
la Ninfa
Egeria, disperata, indusse la dea Diana a trasformarla in
fonte, nel bosco di Aricia, sui monti Albani, dove si recava per piangere il
suo dolore. Al
funerale parteciparono molti rappresentanti dei popoli vicini e il suo corpo non
fu bruciato su una pira, come facevano i romani, ma interrato alla maniera sabina,
in una tomba sul Gianicolo. Le tradizioni matriarcali, interrando i propri
morti, per riportarli alla madre Terra, quelli patriarcali, li bruciavano.
In un secondo
sarcofago, al suo fianco furono interrati i dodici libri da lui scritti, i Commentarii Numae o libri
Numae su
cui c’erano le istruzioni ai futuri Pontefici che andarono perduti durante il sacco gallico di Roma, del 387 a.C.. Poi,
durante il
consolato di Marco Bebio
Tamfilo e Publio Cornelio Cetego, nel 181 a.C., due contadini trovarono il sarcofago
vuoto della sua sepoltura e sette libri in latino di diritto pontificale e
altrettanti in greco di filosofia. I libri furono
portati in senato ed esaminati. Per decreto i primi furono conservati con cura, mentre i
secondi furono pubblicamente bruciati, ritenendo il contenuto
pericoloso, perché i libri narravano i culti sabini, dettati dalla Ninfa
Egeria, in contrasto con la tradizione Romana.
Numa ebbe una figlia chiamata Pompilia, sposata con un tal Marzio,
il quale sperava di diventare il successore di Numa. Il senato dissentì, poiché
voleva insediare un re romano, dopo uno sabino. Così la scelta cadde su Tullo
Ostilio, mentre Marzio, deluso, si lasciò morire di fame. Dal matrimonio tra Pompilia e Marzio,
nacque Anco Marzio, futuro quarto re di Roma. Numa Pompilio
ebbe altri quattro figli da un’altra donna chiamata Lucreziai. Pompone, Pino,
Calpo e Memerco dai quali s’originarono le casate romane dei Pomponi, dei Pinari,
dei Calpurni e dei Marci.
Una ninfa e un fauno
Una ninfa e un fauno
facean bisboccia,
sulle rive d’un placido
fiume,
spruzzando d’acqua i
ringozzati seni
e le natiche candide ben
tornite.
Con armoniosi movimenti
femminei,
la mano tendeva a celar
vergognosa,
una parte dell’ombrosa
apertura
e con l’altra una corona
di fiori teneva
sui capelli neri lucenti
e vaporosi.
Il passero che la
fanciulla tenea in grembo,
per acquietare i tristi
castighi del cuore,
portó ove l’acqua era più profonda.
Dammi cento baci e poi mille abbracci,
breve è il tempo della
letizia terrena,
avvinghiamoci per non
farla scappare,
presto la vecchiaia ci
cingerà il corpo
e una mesta fine scorrerà
su di noi.
Testo tratto dal libro sull'Impero Romano:"Voci dall'Antica Roma"
© 2023 by Enzo Casamassima. All rights reserved. No part of this document may be reproduced or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical, photocopying, recording or otherwise, without prior written permission.
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