miércoles, 1 de diciembre de 2021

Carmine Crocco III

 


     LXXVIII Exposición Individual de Fotografías:  

        "In the City" del 11 al 26 de Diciembre, 

               en la Galeria de Arte, MAXART.




Vita del brigante lucano Carmine Crocco 

Terza Parte


Sono il generale di una banda brigantesca, con in testa un cappello piumato, una tunica ingallonata, un morello puro sangue, armato sino ai denti e un esercito di mille e duecento uomini che agiscono a ogni mio cenno. Sul far del giorno, del 10 agosto 1861, mi avvicino verso Ruvo del Monte, situato sul pendio di una collinetta, ombreggiata da fronzuti castagni e da ubertosi vigneti. Incontro villette e grosse masserie. Da lontano spicca una gigantesca torre che sovrasta il diroccato castello feudale, palesando l’antichità del villaggio. Mi fermo a mezzo miglio dalle prime case e scrivo una lettera al Sindaco ed alla Giunta: “Egregio Sig. Sindaco e Signori di Ruvo del Monte, sono qua non per farvi del male, ma per pregare le SS. Ill.me che abbiano la bontà di foraggiarmi 1200 uomini e 175 cavalli, pagando in oro sonante. Poi, proseguirò il mio cammino. Spero che lor nobili signori esaudiranno la mia preghiera e non mi obbligheranno a ricorrere alla forza. Concedo un’ora di tempo per rispondere. Carmine Donatello Crocco.

Dopo mezz’ora ricevo la seguente risposta: “Caro Carminuccio. Non possiamo accettare la richiesta fattaci. Essa non solo ci compromette con il Governo, ma tocca il cuore e il nostro amor proprio e siccome siamo ben forniti di cartucce e vogliamo provare la nostra polvere e il nostro coraggio, aspettiamo che ti faccia avanti con i tuoi pastorelli che ti faremo il piacere di uccidere. Il miglior consiglio che ti possiamo fare è quello che tu vada via, poiché fra poco arriveranno forze da Rionero, da San Fele e Calitri e sarà finita per tè e per i tuoi. Sindaco Blasucci.”

Dopo la lettura della lettera ai miei compagni dissi: “Giovinetti, bisogna vendicare col sangue non solo il rifiuto, ma l’insulto di averci chiamati pastorelli. Chi ha fegato mi segua.”

Disposi quattro centurie sul fronte che avanzarono furibonde sul paese, accolto da un fuoco di moschetteria ben nutrito, ma, poco diretto, mentre altri 200 uomini ebbero ordine di attaccare di fianco. I cavalieri li lasciai a guardia sulla strada di Rionero, con l’ordine di spingersi in avanti, per assicurarmi da ogni arrivo di truppe. Un’altra centuria la diressi sulla strada di Calitri, con lo stesso mandato. I rimanenti uomini agli ordini di Ninco Nanco, li lasciai dietro per la riscossa. L’attacco fu simultaneo e terribile.

In eterno onore di quei valorosi cittadini caduti, posso assicurare che disputarono palmo a palmo quella loro cittadella. Perduta la prima posizione avanzata, si appostarono sulla piazza. Cacciati anche di là, presero posizione sul largo della chiesa e dopo aver sparato tutte le cartucce, ingaggiarono una lotta corpo a corpo con i miei. Sopraffatti dal numero, tentarono di raggiungere la torre, ma trovata chiusa la via, si disposero a morire, quando le donne si buttarono piangenti fra i combattenti, implorando pietà e grazia per i loro padri, mariti e figli. Sulla torre sventolò bandiera bianca, così la lotta finì, ma le vie erano seminate di cadaveri, mentre i miei si davano al saccheggio. Le autorità sedevano nel palazzo del comune ed entrando trovai i consiglieri al loro posto. Ordinai mi fossero consegnati il ruolo della guardia nazionale, i fucili, le munizioni dei militi, la cassa del comune e quella della fondiaria. Mi si rispose che facessi terminare le stragi è l’incendio e sarei stato esaudito. Cosi fu fatto. Ricordando quella giornata, io mi domando ancora, dove quei poveri cittadini avevano potuto apprendere l’arte della guerra che in trecento, tennero fronte per diverse ore a mille uomini, affamati di piaceri e bottino. Quei prodi non avevano preso mai parte, né a piccole, né a grosse manovre, anzi la ferocia del governo borbonico proibiva loro di portare il fucile e per aver il porto d’armi dovevano pagare 5 scudi.

Perché il Borbone non seppe utilizzare il valore e l’eroismo dei figli di questa regione, tanto che il loro potente esercito fu messo in fuga da un pugno di giovinetti. I garibaldini. Ho visto le infamie che si commettevano in un quartiere militare borbonico. La frusta, il bastone e le fucilazioni sommarie e le tremende punizioni, tanto che in noi soldati prevaleva il concetto che il regno è tuo e dei tuoi sbirri e devi difendertelo, poiché io non morirò per la gloria tua e per conservare sul tuo capo la corona. Ma, come mai, io che conoscevo le infamie del Borbone, dopo la caduta di questi, mi sono rimescolato nel fango e combattuto per una causa che aveva destato in me tanto orrore? Poiché io avevo già le mani macchiate di sangue, la mia persona era cercata, lottavo per vivere.

 

Rionero in Vulture, 13 agosto 1861.

“Sig. Carmine Donatello Crocco. Rendo grazie della libertà accordata ai miei dipendenti caduti nelle vostre mani. Una seconda volta, nell’interesse del paese, di tante famiglie e nell’interesse vostro, io vi invito a deporre le armi e vi assicuro che non sarete fucilati e la causa vostra sarà rimessa alla clemenza sovrana. Domani non verremo per lasciarvi tempo per riflettere. Se, nonostante questa mia, insisterete a mostrarvi ribelle alla legge, sarò costretto a darvi la caccia per avervi vivo o morto.”


“Signori, a tutti ossequi. Non posso aderire alla vostra domanda, perché S. M. Vittorio Emanuele ha rigettato l’istanza dell’avvocato Francesco Guarini e rigetterà anche quella appoggiata dalla V. S. e siccome non voglio servire da trastullo a chi assisterebbe alla mia fucilazione, sono pronto a vendere a caro prezzo la vita. Ricordate che nel posto in cui mi trovo, nel 1808 fu trucidato un reggimento di Re Gioacchino Murat. Carmine Crocco”

 

Crocco si acquartierò a Toppacivita, nelle vicinanze di Calitri, dove il 14 agosto del 1861, fu attaccato dai regi soldati, i quali subirono una netta sconfitta. Dubbioso sulle sue sorti e per il mancato rinforzo più volte promesso dai filoborbonici, decise di sciogliere le sue schiere, per trattare la resa con il nuovo governo. Il barone piemontese Giulio De Rolland, nominato governatore della Lucania, era disposto a trattare con lui. Ma, il luogotenente del re, generale Enrico Cialdini, rispose di non accordare nessuna grazia, quanto ricompensare chi rendeva servigi. A questa notizia, Crocco tornò sui suoi passi e il 22 ottobre 1861, per ordine del generale borbonico Tommaso Clary, incontrò il generale veterano catalano José Borjes, nel bosco di Lagopesole, il quale, reduce dal fallito tentativo di scatenare la reazione popolare in Calabria, voleva tentarla in Lucania, trasformando la banda di Crocco in un esercito regolare, adottando disciplina e tattiche militari, per assoggettare i centri minori, dar loro ordinamenti e arruolando nuove reclute per conquistare Potenza e porre fine all’autorità sabauda in Lucania. Crocco non ripose alcuna fiducia nei suoi intenti, anche perché arrivato con soli 17 uomini. Inoltre era contrario alla sua strategia, ritenendo inutili gli attacchi ai centri abitati, considerando la guerriglia, unico modo per colpire il nuovo regime. Comunque, riconoscendo Borjes un esperto di guerra, accettò l’alleanza, anche se i loro rapporti non furono mai armoniosi. Poi, giunse il francese Augustin De Langlais, presentatosi come agente al servizio dei Borbone. Augustin era un personaggio ambiguo, descritto da Borjes come un generale che agisce da imbecille, pur partecipando a numerose scorrerie, da buon coordinatore dei movimenti.  

Crocco continuò le vecchie imprese, con inaudita violenza, benché contava quasi sempre sul supporto popolare. Raggiunte le sponde del fiume Basento, dopo aver reclutato nuovi militari, occupò Trivigno, mettendo in fuga le guardie nazionali. Il popolo si aggiunse ai predoni e il paese rapinato bruciò. La cittadinanza colta fuggì o si nasconde o morì con le armi in pugno. Caddero altri centri come Calciano, Aliano, Garaguso, Salandra e Craco. Il 10 novembre, Carmine ottenne una netta vittoria su un gruppo di bersaglieri e guardie nazionali, durante la battaglia di Acinello, uno dei più importanti conflitti del brigantaggio post unitario. Poi, anche Grassano, Vaglio, San Chirico Raparo, Guardia Perticara, furono messi al sacco, per la loro opposizione. Crocco giunse nelle vicinanze di Potenza, il 16 novembre 1861, ma, per divergenze con Borjes, l’armata dei briganti deviò su Pietragalla. Il 19 novembre tentò l'entrata in Avigliano, paese natale del suo luogotenente Ninco Nanco, ma il popolo unito con i borghesi, respinsero i briganti. Il 22 novembre occuparono Bella, Balvano, Ricigliano e Castelgrande, ma furono sconfitti a Pescopagano, lasciando 150 briganti tra morti e feriti. Impossibilitati a sostenere altre battaglie, Crocco ordinò ai suoi uomini, la ritirata verso i boschi di Monticchio.

Crocco ruppe i rapporti con Borjes, perché insicuro di poter seguitare a vincere e poiché non credeva più alla promessa del governo borbonico dell’invio di rinforzi. Il generale catalano si recò a Roma con i suoi uomini, per fare rapporto al re e nella speranza di riorganizzarsi con nuovi volontari e ritentare l’impresa. Ma, durante il tragitto, Borjes fu catturato dai regi soldati, capeggiati dal maggiore Enrico Franchini e fu fucilato con i suoi fedeli a Tagliacozzo, l’8 dicembre. De Langlais, sparì dalla scena, poco dopo. Con la fuoriuscita dei legittimisti stranieri, Crocco incontrò le prime difficoltà. Alcuni dei suoi uomini iniziarono ad agire contro i suoi ordini e tutti i paesi insorti e occupati furono riconquistati dalle autorità sabaude. I briganti e civili sospettati di collaborazionismo furono arrestati o fucilati con esecuzioni sommarie. Carmine continuò con azioni di mero banditismo, assalendo viandanti, compiendo depredazioni, ricatti, sequestri, omicidi di personalità, suddividendo i suoi uomini in piccole bande che si sarebbero riunite in caso di grandi scontri. La tattica li rese imprendibili, favoriti dal territorio boschivo e impervio. Anche se i tentativi erano ritenuti vani, i realisti borbonici non abbandonarono Crocco, perché lo Stato Italiano era distratto dal completamento dello stesso. Le sue scorrerie si spinsero sino ad Avellino, Campobasso, Foggia, Bari, Matera, Ginosa, Castellaneta, Lecce, collaborando in diverse occasioni con altri capobriganti come Angelantonio Masini, Eustachio Fasano e il pugliese Sergente Romano, il quale gli propose di unire le forze e muoversi su Brindisi, dove agiva il brigante Pizzichicchio, per occupare i territori del barese e innalzare la bandiera borbonica. Ma, Crocco, per le precedenti esperienze negative, lasciò cadere la proposta.

Nel marzo 1863, le bande di Crocco comandate da Teodoro Gioseffi, Sacchetiello Coppa, Malacarne, Caruso e Ninco Nanco, tesero un’imboscata a 25 cavalleggeri di Saluzzo, guidati dal capitano Giacomo Bianchi, reduce della guerra di Crimea, uccidendone 20 di loro, incluso il capitano. L’atto fu compiuto in risposta alla fucilazione di alcuni briganti, nei pressi di Rapolla, perpetrato dagli stessi cavalleggeri. Nell’autunno, spinto dalla crescente pressione della coalizione regia e dal graduale abbandono del sostegno popolare, diffuse un invito alla rivolta, cercando di sfruttare il sentimento religioso del volgo.

“Che si aspetta? Non si commuove ancora il cielo, non freme ancora la terra, non straripa il mare al cospetto delle infamie commesse ogni giorno dall’iniquo usurpatore piemontese? Fuori dunque i traditori, fuori i pezzenti, viva il bel regno di Napoli, col suo religioso sovrano, viva il vicario di Cristo, Pio IX e i nostri ardenti fratelli repubblicani.”

Il generale Fontana, con i capitani Borgognini e Corona, organizzarono dei negoziati con i briganti e l’8 settembre 1863, Crocco, Caruso, Coppa e Ninco Nanco furono ospitati in una casa di campagna, nelle vicinanze di Rionero. Durante il banchetto, Crocco assicurò di condurre i suoi 250 uomini alla resa, chiedendo per essi un salvacondotto. Poi, Carmine se ne andò verso Lagopesole, sventolando un tricolore e gridando “Viva Vittorio Emanuele.” Scettico per le promesse e evitare una possibile fucilazione, non fece più ritorno e l’accordo saltò.



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lunes, 1 de noviembre de 2021

Carmine Crocco II



        LXXVII Exposición Individual de Dibujos:     

"Extasis de las Curvas" del 13 al 28 de Noviembre, 

               en la Galeria de Arte, MAXART.




Vita del brigante lucano Carmine Crocco 

Seconda Parte


Per un poco di tempo, vissi felice lavorando il terreno di un certo Don Biagio Lo Vaglio. Alla masseria di questo signore benefico e buono, vi erano numerose famiglie di contadini, le quali, conoscendo le sventure della mia, mi colmarono di gentilezze e di bontà. Il fattore, Marco Consiglio, mi accolse come un figlio. Mi assegnò la quota di terreno numero 85, un paio di buoi, la stalla numero 5, l’aratro, gli strumenti da lavoro. In breve, con la volontà e l’assiduo lavoro, m’impratichii nell’arte dell’agricoltura, dedicandomi a coltivare la mia quota. Nel primo anno il raccolto fu fecondo e il ben di Dio compensò il mio sudore. Fatto il raccolto, pagato il fitto e il pedaggio dei buoi, calcolai che avevo guadagnato due lire al giorno, mentre dall’altro padrone ricevevo 36 centesimi, lavorando il triplo. Io ero felice e mia sorella Rosina, lo era più di me. Da piccola massaia, mi teneva la casa in ordine.

Alla sera, con altre famiglie, ci riunivamo in una stalla, a sentir i racconti dei vecchi. Ricordo un settuagenario, ancora vegeto e robusto che sapendo scarabocchiare il suo nome, voleva passare per scienziato e guai a contrariarlo. Ci parlava dei tempi napoleonici, affermando di aver preso parte alla caduta di Vienna, alla presa di Berlino, alla battaglia di Iena e alla ritirata di Mosca. Raccontando le storie del brigante Vandarelli di Foggia, di Fra Diavolo di Itri, di Talarico e Taccone, quel vecchio ci diceva di essere buoni con la legge, con i superiori e i signori. Di fuggire i cattivi compagni, di fare del bene per godere della libertà e la stima del prossimo, poiché pur essendo poveri, si tira avanti lo stesso e Dio provvede a tutto. Meglio mangiare ghiande cotte sotto la cenere che polli rubati e vale più un carlino lavorato col sudore della fronte che centomila ducati rubati.

Nella masseria di Don Biagio, un mattino del maggio 1847, mentre lavoravo, un giovanotto di famiglia nobile, montato sopra un superbo cavallo e accompagnato da una decina di bracchi, mi passò poco distante. Fermai l’aratro e appoggiato il braccio a tergo, in atto di riposo, fissai quel giovanotto. Un mio compagno di lavoro, vedendomi in quella posizione, mi disse di non perdere tempo a guardare il figlio di quello scellerato di Don Vincenzo, poiché mi poteva capitare qualche sventura, per quanto lui, non era come suo padre. Quel giovane era il figlio dell’assassino di mia madre. Immaginate il mio stato d’animo in quel momento. Quando fu alla mia portata, con voce alterata, esclamai di portare i suoi cani a sé, sperando di provocarlo, per freddarlo con una fucilata. Il giovine smontò da cavallo, chiamò a sé i cani e mi salutò, domandandomi perché gli avevo detto di chiamare i cani e se questi arrecavano danno. Gli spiegai la ragione ed egli si scusò. Dopo essermi presentato, il giovane montò a cavallo e partì al galoppo.

Verso sera venne da me il massaro di pecore Vito De Feo, pregandomi di favorire dal signorino Ferdinandino, poiché voleva parlarmi. Fui cortesemente ricevuto con un bicchierino di rosolio, dei biscotti di Francia, un sigaro Avana e invitato a sedere su una comoda poltrona. Don Ferdinando parlò delle mie disgrazie famigliari, facendomi diverse domande e io gli presentai un manoscritto, nel quale era narrata la storia delle sventure. Il signorino lesse e senza dimostrarsi contrariato, mi chiese della provocazione del mattino. Io gli risposi che se avesse usato il frustino, come soleva fare suo padre, gli avrei sparato. Il signorino disse che le colpe dei padri non dovevano cadere sui figli. Mi disse che era disposto a soccorrere tutte le vittime di suo padre e anche la mia famiglia, offrendomi un posto di fattore in una sua masseria. Ringraziai accettando la proposta di fitto, di tre tumoli di terra, con i quali speravo di guadagnare i duecento scudi, necessari per esimermi dal servizio militare. Il signorino voleva offrirmi la somma, ma rifiutai, dicendo che avrei accettato quella che mi mancava, al momento della chiamata alle armi. Ma il destino mi era contrario. Il giovane, essendosi immischiato nei moti di Napoli, del 15 maggio 1848, fu trucidato dagli svizzeri mercenari, sotto il palazzo del Duca di Gravina. Quindi fui costretto a partire militare per Ferdinando II, il 19 marzo 1849. Arrivai a Napoli il 26 dello stesso mese, annesso al I reggimento d’artiglieria. Poi, il 24 giugno, m’inviarono nella compagnia di Palermo.

Il servizio militare non mi pareva pesante. Quello che non sopportavo, era vedere bastonare i miei compagni, per qualche mancanza. Sulle prime piangevo, quando pensavo al paese, agli amici e alla fidanzata che si scordò di me, sposando un altro che poi io le tolsi per farlo brigante, ma poi, mi abituai e fui un ottimo soldato. Il 16 dicembre 1851, da Palermo, con mio sommo piacere, poiché più vicino ai miei cari, mi trasferirono a Gaeta.

Mia sorella aveva 18 anni. Era di statura giusta, snella, bionda, occhi neri, viso tondo, petto largo e gonfio. La poveretta senza padre e senza madre, separata dal fratello soldato, campava lavorando 14 ore al giorno ed era felice nella sua miseria. Carattere fiero, ma indole amorosa, non era rimasta indifferente alle pretese d’amore di un suo coetaneo. Ma un giorno, una donna infame, una mezzana chiamata Rosa, con ipocrisia e falsa affezione, cercò d’insinuarsi nel suo animo, proponendogli il turpe mercato con un certo Don Peppino. In risposta ebbe una rasoiata in viso, equo compenso all’iniquo mestiere. La sfregiata nascose la sua ferita e mia sorella si nascose in casa di parenti. Quando ricevetti la notizia, lascio considerare quale fu il mio stato d’animo e quale tempesta agitò il mio cuore. Un disonesto ci aveva trascinati nella miseria e alla disperazione, un altro della stessa specie, voleva toglierci l’onore e la reputazione. Non potendo più tollerare tanta iniquità, pensai di reagire. Dopo aver sistemato una faccenda d’onore con il sangue e aver disertato, giunsi da mia sorella, a Rionero. A notte alta, bussai alla porta. Quando mia sorella seppe che dietro la porta c’ero io, mi implorò di fuggire poiché la notizia del delitto era giunta a loro. In quel momento ebbi paura, abbracciai e baciai la mia diletta sorella, le consigliai di mantenersi onesta e uscii sulla strada.

Don Peppino Carli, il bellimbusto che aveva mercanteggiato l’onore di mia sorella, frequentava un circolo, dove ogni sera si giocava d’azzardo. In un angolo oscuro, presso la porta di casa sua, attesi la vittima. Un colpo di pugnale punì l’audacia di quel libertino. Compiuta la vendetta, mi diedi alla macchia, dove in breve ebbi a compagni di mestiere, altri tre individui, anch’essi ricercati dalla giustizia. Nascosti nel più fitto delle boscaglie, aggredivamo chi capitava, rubando i denari e i cavalli.

Carmine Crocco fu arrestato il 13 ottobre 1855, condannato a 19 anni di reclusione e rinchiuso nel carcere di Brindisi. Poi, il 13 dicembre 1859, evase, nascondendosi tra i boschi di Monticchio e Lagopesole. Carmine seppe tramite notabili della zona che Camillo Boldoni, membro del comitato insurrezionale lucano, concedeva la grazia ai soldati disertori che avessero appoggiato la campagna militare di Giuseppe Garibaldi, nella spedizione dei Mille. Per la sospirata grazia, Carmine aderì ai moti del 1860, unendosi all’esercito garibaldino sino al 17 agosto del 1860, quando Garibaldi entrò in Napoli. Carmine, con scrupolo e dedizione, aveva combattuto da sottufficiale a Santa Maria Capua Vetere e nella celebre battaglia del Volturno. Cinto dal tricolore, tornato a casa vittorioso e fiducioso d’ottenere quanto gli era stato promesso, si recò dal governatore di Potenza, Giacinto Albini, il quale lo rassicurò che avrebbe ricevuto la grazia. Ma, Crocco non ricevette nulla e sulla sua testa gravò anche un mandato di cattura e la condanna per il sequestro del capitano della Guardia Nazionale di Ripacandida, Michele Anastasia, compiuto con l’aiuto di Vincenzo Mastronardi, prima del suo arruolamento. Crocco tentò la fuga, ma fu sorpreso a Cerignola e nuovamente incarcerato.

Il popolo lucano, afflitto dalla miseria e dai continui aumenti dei prezzi sui beni di prima necessità, iniziò a rivoltarsi contro il neonato Stato Italiano, poiché con il cambio dai Borboni ai Savoia, non avendo avuto alcun beneficio, mentre la classe borghese, in passato fedele ai Borbone, conservò i privilegi, appoggiando la causa risorgimentale. L’acredine del popolo aumentò per la mancata redistribuzione delle terre, per l’aggravio delle tasse, per il servizio militare obbligatorio e fucilazione dei renitenti, in un regime che puniva anche il reato d’opinione. Una popolana di Melfi, Maria Teresa Capogrossi, mentre lavava i panni con altre lavandaie, fu arrestata per aver proferito elogi nei confronti di Francesco II e denigrato il nuovo governo. Per sollecitare la quotizzazione demaniale, si scatenarono ribellioni contadine che furono represse, poiché giudicate reazionarie dal Governo Prodittatoriale Lucano. I membri dei comitati filoborbonici, intenzionati a ripristinare il vecchio regime, sfruttando la rabbia dei contadini, videro in Carmine Crocco, la persona ideale per guidare la rivolta. Ma, Carmine era detenuto nel carcere di Cerignola, in attesa di essere trasferito nel bagno penale di Brindisi. Così, Carmine fu fatto evadere dall’influente famiglia Fortunato, parenti del futuro grande meridionalista, Giustino Fortunato. 

Per le promesse non mantenute, Carmine accettò il ruolo di capo dell’insurrezione contro lo Stato Italiano appena unificato, ricevendo un solido supporto di uomini, armi e soldi, dai Borboni di Francesco II, ex re delle Due Sicilie, subentrato alla morte del padre Ferdinando II. Con il sostegno da parte del Clero locale e di potenti famiglie legate ai borbonici, come i Fortunato e gli Aquilecchia di Melfi, Crocco assunse il comando di mille e duecento uomini, composti da ribelli, bistrattati ed ex militari borbonici, speranzosi di un futuro migliore. Al comando di quella armata, tra cui spiccavano i luogotenenti di Ninco Nanco, Giuseppe Caruso, Caporal Teodoro, Giovanni Coppa Fortunato, Crocco sconvolse molti centri abitati, risultando un pericolo per il giovane Stato Italiano. Nel periodo di Pasqua del 1861, nel giro di dieci giorni, occupò la zona del Vulture. Nei territori conquistati, dichiarava decaduta l'autorità sabauda, ordinava l’esposizione degli stemmi di Francesco II, istituiva una giunta provvisoria, facendo intonare il Te Deum, antico inno cristiano. Nei sanguinari attacchi, la classe borghese veniva ricattata o uccisa e le loro proprietà depredate, ma nella maggior parte dei casi veniva accolto bene. Carmine era il terrore dei proprietari terrieri, i quali, con una richiesta di denaro, vitto e armi, scritto su dei biglietti, dovevano cedere alle richieste.

IL 7 aprile del 1861, Carmine occupó il castello di Lagopesole, facendone la sua roccaforte. Il giorno successivo, sconfiggendo la guarnigione della Guardia Nazionale Italiana, del capitano Michele Anastasia che per vendetta fu trucidato, occupò Ripacandida. Il 10 aprile, le truppe di Carmine Crocco entrarono in Venosa, saccheggiandola e mettendo in fuga la Guardia Nazionale, mentre la cittadinanza borghese si rifugiò nel castello. Il popolo accorse entusiasta, indicando loro le case dei borghesi. Durante l’occupazione di Venosa, fu assassinato Francesco Saverio Nitti, medico, ex carbonaro, nonno dell’omonimo futuro statista e la sua abitazione fu razziata. Fu poi la volta di Lavello, in cui Crocco fece istituire un tribunale che giudicò 27 liberali, filo savoiardi. Le casse comunali apportarono ai ribelli 7.000 ducati, ma, davanti alla supplica del cassiere comunale, di lasciare il denaro per i poveri, Crocco ne prese solo 500. Il 15 aprile, Crocco fu accolto trionfalmente a Melfi, dove il parroco Pasquale Ruggiero fu ucciso e mutilato. L’occupazione di Melfi destò preoccupazione da parte del governo Italiano, tanto che anche Garibaldi fu informato dell’accaduto e il fatto discusso in Parlamento. Il 16 aprile tentò di prendere Rionero, suo paese natale, ma fu respinto dagli abitanti, guidati dalle famiglie Brienza, Grieco e D’Andrea. Dopo la sconfitta di San Fele, il 10 agosto, con il supporto popolare, ottenne una vittoria a Ruvo del Monte, trucidando una decina di notabili, ma abbandonò il paese incalzato dai regolari, comandati dal maggiore Guardì. 

Con l'arrivo dei rinforzi piemontesi da Potenza, Bari, e Foggia, Crocco fu costretto a spostarsi verso Avellino, occupando Monteverde, Calitri, Aquilonia, Conza e Sant’Angelo dei Lombardi. Per aver collaborato con gli invasori, Ruvo fu punita con la fucilazione di numerosi abitanti. Guardì ordinò al sindaco di rifornire il suo contingente ma, di fronte ad un diniego, motivato con le casse vuote trafugate dai briganti, fu arrestato con altri rappresentanti, per attentato alla sicurezza dello Stato e complicità in brigantaggio. 




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viernes, 1 de octubre de 2021

Carmine Crocco I

 


      LXXVI Exposición Individual de Fotografías:     

       "Playas y Mares V" del 9 al 24 de Octubre, 

              en la Galeria de Arte, MAXART.





Vita del brigante lucano Carmine Crocco

Prima Parte


Carmine Crocco, detto Donatello, soprannome preso dal nonno paterno, Donato Crocco, nacque a Rionero in Vulture, all’epoca parte del Regno delle Due Sicilie, il 5 giugno 1830 e morì a Portoferraio, il 18 giugno del 1905. Suo padre Francesco, faceva il contadino e il pastore, presso la nobile famiglia venosina di don Nicola Santangelo, mentre sua madre, Maria Gerarda Santomauro, era una cardatrice di lana. Secondogenito di cinque figli, i suoi fratelli furono Donato, Antonio, Marco e Rosina. Carmine ebbe una misera, ma serena infanzia, forgiato dai racconti dello zio Martino, da cui imparò a leggere e scrivere. Martino, ex Sergente Maggiore dell’esercito napoleonico, perse la gamba sinistra nell’assedio di Saragozza, durante la Guerra d’Indipendenza spagnola, per una palla di cannone. In pochi anni, da contadino, Carmine divenne uno dei più importanti briganti dell’epoca risorgimentale, comandante di un esercito di oltre mille uomini, fece della Lucania, l’epicentro del brigantaggio post unitario. Su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.

Quando mio padre prese moglie, si divise da suo padre, comprò alcune pecore e capre, prese in affitto un pezzo di terra da una famiglia patrizia e cominciò a seminare grano, legumi, formentone e canapa. Con il suo lavoro quotidiano, ricavava il fitto da pagare al padrone e provvedeva al vitto della famiglia, mentre con le capre e le pecore, faceva fronte alle spese di casa. Mia madre aveva ereditato un tumolo di terra, piantata a vigna, la quale era la delizia di noi creature. Possedeva pure due casupole ed esercitava il mestiere di scardare la lana, con cui lucrava il pane per sé e per i figli. Sia mio padre che mia madre, che Iddio li abbia in pace, non ci facevano mancare nulla. Bello era al mattino quando mio padre apriva l’ovile e le capre uscivano all’aperto, saltellando per nutriti pascoli, mentre noi bambini scorrazzando, andavamo in cerca di fiori da portare alla mamma. E mia madre, quanta bontà nei suoi sguardi pieni di affetto, quanto amore nelle sue cure, quanta assidua volontà di lavoro. Si alzava all’alba, preparava la bisaccia del marito, rassettava la casa, curava i figli e poi, con faticosa lena si dava al lavoro, sicura di poter guadagnare i suoi 40 centesimi, prima del tramonto.

Nel 1836, un bel mattino di aprile, mio fratello maggiore Donato e io, eravamo tornati dalla scuola di Zio Martino. Pochi minuti dopo, Donato fu mandato a raccogliere l’erba per i conigli e io a comprare del sale per la cucina. Corremmo uno a levante e l’altro a ponente e un quarto d’ora dopo eravamo di ritorno, avendo fatto ognuno il proprio dovere per bene, poiché al più piccolo sbaglio, correvano schiaffi e scappellotti. Quelli della mamma, per me erano così saporiti che qualche volta sbagliavo apposta. Venne l’ora di pranzo e seduti attorno ad un tavolo, con un gran scodellone di minestra fumante, ci mettemmo a mangiare, mentre la mamma dava il latte al suo figliuolo. Questo gruppo che nella miseria era pur felice, fece invidia a Satana che volle guastarlo e per sempre. In un altro cantuccio della stanzetta, c’era un gruppo felice di bestioline. Conigli e galline che mangiavano l’erba portata da Donato. Inaspettatamente, un magnifico cane levriero entrò con un salto nella nostra stanza e afferrato un coniglio, fuggì fuori. A quella vista noi piccini cominciammo a strillare e uscimmo fuori per togliere la preda alla bestia, ma purtroppo il coniglio non fu lasciato che morto. Donato, armato di un randello, assestò un colpo sulla testa del cane e il magnifico levriero cadde morto sul colpo. Disgrazia volle che quel cane apparteneva a don Vincenzo, il quale non vedendo tornare a sé la sua bestia, si mise a cercarla. Quando la trovò morta sul limite della nostra casa, scagliò all’indirizzo di mia madre molti vituperi e volendo sapere chi avesse ucciso il cane, tempestò di pugni Donato, tenendolo fermo per un braccio. Mia madre cercava perdono, invocava pietà, ma vedendo flagellare suo figlio, posò il piccino che aveva in braccio e si scagliò furibonda verso l’aguzzino, quando lo scellerato le assestò un calcio nel ventre che la fece cadere per terra. Corsero i parenti e venne il medico. Dall’aprile del 1836, al maggio 1839, dopo aver subito un aborto, la povera donna fu costretta a letto. Chi può dire quante lacrime spargemmo noi cinque creature, il più grande di otto anni e il più piccolo di due. Chi avrebbe pensato più a noi? Mio padre non poteva lasciare il lavoro, altrimenti saremmo morti di fame. Una zia ladra e ghiottona ebbe l’incarico della casa. Lei rubava tutto ciò che le capitava sottomano e divorava quello che trovava di buono, lasciando per noi la roba fradicia e puzzolente. Addio scuole, addio zio Martino, parenti, compagni. Eppure abbiamo un padrone in cielo, Iddio, un signore in terra, il Re. In quei tempi avevamo Francesco II per Re, Maria Cristina per Regina, ma essi pensavano alle feste e alla gloria, mentre noi morivamo di fame. Quando mia madre parve migliorare, mio padre partì per Venosa, alla dipendenza dei signori Santangelo, per tosare le pecore e mietere i campi di grano.

Un mattino, Don Vincenzo si recò in campagna cavalcando un superbo morello. Era armato come un cavaliere antico. Pistole all’arcione, fucile a bandoliera, pugnale. Ma con tutto ciò, prima di arrivare al punto detto La Torre, a tre miglia da Rionero, fu colpito da una fucilata che lo fece ruzzolare insanguinato a terra. Un altro uomo vegliava su di lui e informato di quella gita da una spia di casa, misurando luogo e tempo, ebbe agio di dar sfogo al suo odio, quasi certo dell’impunità, poiché egli sapeva che la colpa del gesto, non sarebbe caduta su di lui, ma su un altro che egli infamemente a mezzo di vigliacche e false testimonianze, avrebbe indicato alla giustizia degli uomini. Ma la mano del vile tremava, non per l’assassinio che si accingeva a compiere, quanto per la falsa denunzia con la quale preparava la condanna d’un innocente e così, la palla sfiorò la fronte di Don Vincenzo, portandogli via solo una ciocca di capelli. Ma, il tentato assassinio di Don Vincenzo, doveva essere punito anche facendo vittime innocenti. Bisognava assicurare i rei alla giustizia o almeno fare qualche arresto, per far vedere che gli sgherri del generale Del Carretto, non se ne stavano con le mani nella cintola. Chi credete che sia stata la prima persona arrestata? Mio padre! Sì, proprio mio padre, il quale nell’ora del misfatto si trovava a Venosa, in casa di Don Felice Santangelo, a nove miglia da Rionero. Non valsero le dichiarazioni dei suoi padroni di Venosa, né le testimonianze di ventotto persone di specchiata onestà che lavoravano con mio padre. La causa era così evidente che nessuna testimonianza poteva distruggere la convinzione che egli fosse il colpevole. Francesco fu posto in carcere e sottoposto a procedimento penale. Con mio padre vennero arrestati altri cinque poveri diavoli, carichi di numerosa famiglia, contro i quali la polizia aveva trovato una lontana ragione a delinquere contro don Vincenzo. Ma con queste causali ne avrebbero dovuti arrestare parecchi altri, poiché la prepotenza del signorotto lo aveva portato a litigare con tutti i contadini del luogo, per ragioni di passaggio, per derivazione di acque, per il pagamento dell’affitto, per la divisione del raccolto e altri episodi. Ma, la mandante del crimine fu una donna di Don Vincenzo.

Chi può considerare il dolore di un uomo innocente posto in carcere, con pericolo di cadere in mano del boia. Il reo non ha dolore, poiché la sua coscienza è sporca. Mentre, l’innocente non sa darsi pace della libertà perduta, dell’infamia che copre il suo nome e piange e maledice. Quando mia madre seppe dell’arresto del marito, restò pietrificata, non volle più prender cibo e in breve smarrì la ragione. Una volta piangeva, poco dopo rideva, ora si buttava giù dal letto, ora tentava d’uscire sulla strada in camicia. Distruggeva tutto ciò che le capitava nelle mani e noi, se le andavamo vicini, minacciava di strozzarci. L’unica persona che poteva avvicinarla era suo fratello, il quale aveva una nidiata di figli e più che pensare a mia madre, doveva zappare la terra, per dar da mangiare alla sua famiglia. Mio padre, dal carcere di Potenza, scriveva lettere strazianti, raccomandando parenti e amici, la moglie e i figli, ma intanto il piccolo patrimonio spariva e la miseria s’abbatté sulla nostra casa. Il fratello di mia madre, riunì a consiglio tutti i parenti e fu deciso che la sorella Rosina sarebbe andata con la zia materna. Antonio in casa di uno zio paterno, ma morì poco dopo bruciato vivo. Marco, il più piccolo, capitò sotto le unghie della zia ladra che durante la malattia della povera mamma, si era rubato ogni cosa. Donato andò a fare il pastorello presso un signore, come me, presso un altro signore, in Puglia. Lontano dal mio paese, da mia madre pazza, da mio padre carcerato, io crebbi conducendo al pascolo armenti, crebbi col veleno nel cuore, con la rabbia nell’animo, col vivo desiderio di offendere.

Nell’anno 1845, salvai dalle acque dell’Ofanto, un certo Giovanni Aquilecchia, facoltoso di Atella che mi ricompensò con 50 scudi. Quella somma rappresentava un tesoro per me, avvezzo a guadagnare due lire al mese. Credendomi ricco, salutai le mie pecore e mi recai a Rionero, assente da oltre 5 anni. Nell’animo pullulavano tanti pensieri.

Tramite il cognato, don Pietro Ginistrelli, mio padre fu scarcerato. Su di me aveva un grande ascendente, ma non potevo comprendere perché, da uomo gagliardo, si fosse fatto assoggettare dalle ingiustizie sociali e avesse accettato sommesso tutti gli insulti più crudeli che la giustizia degli uomini gli aveva infamemente gettato sul viso. Sordo alle mie proposte di rivalsa, mi mostrava come egli fosse felice nella miseria, cercando di calmare i miei istinti di grandezza, consigliandomi di mantenermi modesto e lavoratore. Di comune accordo decidemmo che io sarei tornato a Rionero, a cercar lavoro, conducendo con me la sorella Rosina. Il lavoro non mi faceva paura, mi sentivo sano e vegeto, ero avvezzo ai disagi, per cui avrei faticato volentieri tutto il giorno, pur di coltivare un pezzo di terreno che fosse mio. Ma, purtroppo, io non ero nato per zappare, a me non spettava la gioia dell’uomo onesto.

Ora che nella solitudine del carcere penso al passato e cerco di scoprire come mai io, nato poverissimo, col crescere della ragione, abbia voluto essere qualche cosa, sia pure un grande infame, ne attribuisco la causa a ragioni diverse. Prima è stata quella poca istruzione che lo zio Martino, con religiosa pazienza, seppe impartirmi. E come nel regno dei ciechi, il sguercio è considerato signore, così io, mescolato fra tanta plebe rozza e analfabeta, io che sapevo scrivere e che facevo versi all’innamorata, mi sentii sommamente a loro superiore. La vita nomade condotta da ragazzo, contribuì a sviluppare in me, il germe della grandezza. Girando per le fiere di Bari, Barletta, Andria, Altamura, Foggia, Gravina, avevo appreso che la vita non era racchiusa tra i confini del Vulture e le boscaglie di Monticchio. Nei contratti di vendita che si stipulavano, vedevo le monete d’oro correre di mano in mano e i miei padroni aumentare il loro patrimonio, standosene seduti nelle loro ville. Pensavo al perché fosse a loro riservata tanta fortuna, mentre noi dovevamo lavorare. Aggiungi un animo ulcerato dalle sventure di famiglia e non sarà difficile renderti conto, come mi resi celebre, non per virtù e bene, ma per infamia e male.





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miércoles, 1 de septiembre de 2021

Disegni

 


      LXXV Exposición Individual de Fotografías:     

       "Suculentas" del 11 al 26 de Septiembre, 

             en la Galeria de Arte, MAXART.































































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domingo, 1 de agosto de 2021

Mar Mediterraneo e Mar Nero





      LXXIV Exposición Individual de Fotografías:     

               "Hojas II" del 7 al 22 de Agosto, 

                en la Galeria de Arte, MAXART.






Il Mar Mediterraneo ha subito numerosi cicli di essicamento e riempimento, nel corso del Miocene Superiore e l'alluvione Zancleana fu l'ultima. Il cataclisma avvenne circa 5,33 milioni di anni fa, provocando il riempimento del bacino del Mediterraneo, dopo che la placca tettonica, alzando le terre sullo stretto di Gibilterra lo aveva isolato dall'Atlantico, essiccandolo gradualmente e convertendolo in un'immensa laguna. 

Circa un milione di anni dopo, in seguito ai susseguenti spostamenti della placca tettonica, le acque dell’Oceano Atlantico superarono la barriera che lo teneva isolato dal bacino del Mediterraneo, inondandolo nuovamente e riempendo prima la conca occidentale, attraverso un fiume lungo circa duecento chilometri e poi, tra lo stretto di Sicilia e l’Africa, la conca orientale. Il processo di riempimento si verificò in meno di due anni, elevando il livello delle acque del bacino, di circa 10 metri al giorno. Senza cascate, l’acqua fluì gradualmente con un flusso di circa mille volte superiore al Rio delle Amazzoni, il fiume con la maggiore portata di acque al mondo. 

Evidenze di questo cataclisma sono i depositi accumulati e i canyon scavati dai fiumi d'acqua dolce durante il riempimento, profondi due chilometri. Con l'alluvione Zancleana, il Mar Maditerraneo é tornato a essere un mare. 








 



















Simile all’inondazione Zancleana è l’inondazione del Mar Nero o ipotesi Ryan-Pitman che consiste nella tracimazione delle acque del Mar Mediterraneo, in quelle del Mar Nero, avvenuta circa 7.600 anni fa e menzionato come il  mitologico diluvio universale.    

Circa 7.600 anni fa, il Mar Nero era una depressione, in parte riempita dalle acque disciolte nell’ultima glaciazione, a un livello di circa 100 metri al di sotto dal Mar Mediterraneo. Sulle sponde del Mar Nero erano fiorite diverse comunità preistoriche. Poi, la diga naturale alzata dallo spostamento della placca tettonica, sull’attuale Bosforo che isolava il Mar Nero dal Mar Mediterraneo, cadde.

Un’immensa cascata si riversò nel lago per circa un anno, con un flusso di 50 chilometri cubici d’acqua al giorno, sommergendo tutti gli abitati. Di fronte alle acque che si innalzavano la gente fuggì, disperdendosi nella valle del Danubio, in quella del Tigri e dell’Eufrate e diffondendo quel ricordo, poi, spiegato come una punizione divina, decritta nella Bibbia.

La struttura rocciosa del fondale del Bosforo, oggi ricoperta da sedimenti alti circa 100 metri, tagliate da profonde gole, è il marchio di un rapido scorrimento delle acque. I campioni sedimentari rilevati sono tipici di acqua dolce e quelli al di sopra, d’acqua salata, con conchiglie e fossili datati a 7.600 anni fa.

A tutt’oggi la salinità del Mar Nero è di 17 grammi per litro, mentre quella del Mar Mediterraneo è di 38 grammi per litro. L’enorme differenza è dovuta a quella miscela di acqua salata che dal Mediterraneo si mescolarono nelle acque dolci del Mar Nero, non ancora equiparata in salinità, per il minimo ricambio di acque, dovute allo stretto passaggio dei Dardanelli.




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jueves, 1 de julio de 2021

Viaggio Covid 19

 

       LXXIII Exposición Individual de Fotografías:           "Caribbean Faces VI" del 10 al 25 de Julio,                     en la Galeria de Arte, MAXART.




 

Viaggio Covid 19

Vivo lontano dall’Italia da molti anni, ma l’ho sempre ritenuta un faro, uno scoglio, una tutela dell’anima. Italia come ideologia, come emblema. Purtroppo gli italiani d’oggi, quelli che comandano, non la rappresentano. Quelli li conosco e non mi sono mai piaciuti. Inetti e fannulloni. Se una nazione con un gettito fiscale enorme e un pil tra i migliori al mondo, non riesce a quadrare, lasciando parte della popolazione senza servizi e in balia delle onde, vuol dire che sono imbranati e lavativi. Anche per questo sono diventato esterofilo. Gli stranieri non mi devono nulla e quindi, non ho nulla da recriminare.

Programmo un viaggio a Roma per vaccinarmi. Dalle indicazioni dei media posso stare tranquillo. Per fortuna e per disgrazia sono italiano. Vaccinano già i cinquantenni ed io sono un ultra sessantenne. In più ho una grave patologia. Non faranno problemi e non ci sono accenni alle famose lungaggini burocratiche italiane. Tutto mi lascia sereno per una rapida e doverosa vaccinazione. Ma avevo fatto i conti senza l’oste. Un oste burbero e maligno. Subdolo, pedante e ributtante e quell’omone corpulento e velenoso, è andato oltre ogni previsione. Chi l’avrebbe mai detto.

Il 12 maggio, giungo in suolo patrio e quando arrivo all’aeroporto romano, m’accorgo subito dell’aria che tira. Un’aria opprimente e squadrista, mi danno i primi sentori di una situazione completamente diversa da quella propinata, lasciandomi a bocca aperta.

Due brutti ceffi della polizia, pur avendo con me il certificato di un tampone negativo, realizzato due giorni prima, mi condannano a 10 giorni di segregazione in hotel. E come faccio a mangiare? Fattelo portare. Mi risponde beffardo uno dei due grugni. Ovviamente me ne infischio delle loro imposizioni e subito mi allerto per arrivare alla famigerata vaccinazione, ma davanti a me, troverò un inusitato muro di gomma, ancora più spesso di quello propinatomi dai due sgherri.

Richiedono la tessera sanitaria, ma la mia è scaduta. Riesco a ripristinarla in meno di una settimana, per un inopportuno week end nel mezzo. Ma non basta. Ci serve un medico di base. Sono anni che non ne ho uno. Si può fare una richiesta alla ASL, per un medico temporaneo, ma non basta ancora. Ci vuole il nulla osta della ASL della mia città, che ne attesti l’assenza. Come avrei potuto fare e quanti giorni da aspettare ancora in hotel? A quel punto mi sono sentito preso per i fondelli. Sicuro che se li avessi seguiti, poi, mi avrebbero chiesto chissà quali altre diavolerie. Così, mi fermai, senza più recepire le loro indicazioni farfuglianti e cialtronesche.

Poi, per puntiglio, per escludere rimorsi, mi rivolgo a un altro centro di vaccinazione e la musica è la stessa. Vado alla croce rossa. Li saranno più accoglienti. Peggio che andar di notte, perché alle mie insistenze, alzano la voce e mi cacciano.  

Io che non ho voluto mai cambiare la mia posizione d’italiano, con altre  residenze, doppie cittadinanze e quant’altro, per restare tale al 100%. Io che mi pavoneggiavo nel recarmi nel mio paese, per farmi inoculare il miglior vaccino esistente, poiché, dove risiedo, la popolazione accetta quello cinese che pur proteggendoti da ospedalizzazioni e robuste complicanze, non è il meglio.

Dovendo aspettare il volo di ritorno, gironzolo a godermi la Roma rinascimentale, poiché quelle antica è stata completamente distrutta da gaglioffi vestiti di cera, poiché pagani e non accoliti del loro dio. Ma questa è un'altra storia.

Ma forse no. È la stessa storia. E qui scatta la molla. Cosi come i cristiani hanno azzerato, raso al suolo la civiltà precedente, perché di un’altra religione, cosi qui sono stato rifiutato perché di un’altra regione. Lo Stato ha creato dei dualismi, dei conflitti, dividendo erroneamente la pandemia, in regioni. Mi venivano in mente le dispute, del perché tal regione era in rosso, mentre quell'altra in giallo. Come se di dualismi e conflitti regionali o tra città, non ce ne fossero già a sufficienza. Da millenni. Non mi avrebbero mai vaccinato, perché lucano. Perché di un’altra regione.

Tremenda delusione. Che figura faccio quando confesso che nella mia terra, nessuno ha osato vaccinarmi, anche se vecchio e infermo? Che figuraccia per chi non ha voluto elemosinare nemmeno un vaccino dal valore di una manciata di euro, a un italiano che ha dato, nel corso della sua vita, lavoro a tanta gente?

Arrivato il giorno della partenza, alzo i tacchi e mestamente vado via. Due giorni dopo, nemmeno il tempo di rifarmi dal viaggio trans oceanico, mi giunge la notizia che nel posto in cui vivo, sono arrivati i vaccini Astra Zeneca e lo Stato, come anche gli Stati Uniti d’America, vaccina turisti e stranieri, senza alcuna reticenza. Dopo soli quattro giorni dal mio arrivo, solo presentandomi, senza stolti formalismi, mi hanno inoculato la prima dose del vaccino. Tra due mesi la seconda. 

Ma come, non era questo un problema globale? Ma come, nella mia terra mi hanno maltrattato e alle mie dimostranze, persino cacciato dai presidi sanitari e qui, in una terra straniera, povera e disorientata, mi vaccinano senza problematiche di basso profilo e senza guardare la mia bandiera.

Roma, la città che ha dettato cultura e civiltà nel mondo, nelle mani di quattro cialtroni, ha sovvertito le sue prerogative. Politici italiani, maledetti arruffoni e delinquenti, sciatti e prepotenti.

Ingrati e accattoni, nulla di mio più passerà per i vostri dettami. 




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