lunes, 1 de noviembre de 2021

Carmine Crocco II



        LXXVII Exposición Individual de Dibujos:     

"Extasis de las Curvas" del 13 al 28 de Noviembre, 

               en la Galeria de Arte, MAXART.




Vita del brigante lucano Carmine Crocco 

Seconda Parte


Per un poco di tempo, vissi felice lavorando il terreno di un certo Don Biagio Lo Vaglio. Alla masseria di questo signore benefico e buono, vi erano numerose famiglie di contadini, le quali, conoscendo le sventure della mia, mi colmarono di gentilezze e di bontà. Il fattore, Marco Consiglio, mi accolse come un figlio. Mi assegnò la quota di terreno numero 85, un paio di buoi, la stalla numero 5, l’aratro, gli strumenti da lavoro. In breve, con la volontà e l’assiduo lavoro, m’impratichii nell’arte dell’agricoltura, dedicandomi a coltivare la mia quota. Nel primo anno il raccolto fu fecondo e il ben di Dio compensò il mio sudore. Fatto il raccolto, pagato il fitto e il pedaggio dei buoi, calcolai che avevo guadagnato due lire al giorno, mentre dall’altro padrone ricevevo 36 centesimi, lavorando il triplo. Io ero felice e mia sorella Rosina, lo era più di me. Da piccola massaia, mi teneva la casa in ordine.

Alla sera, con altre famiglie, ci riunivamo in una stalla, a sentir i racconti dei vecchi. Ricordo un settuagenario, ancora vegeto e robusto che sapendo scarabocchiare il suo nome, voleva passare per scienziato e guai a contrariarlo. Ci parlava dei tempi napoleonici, affermando di aver preso parte alla caduta di Vienna, alla presa di Berlino, alla battaglia di Iena e alla ritirata di Mosca. Raccontando le storie del brigante Vandarelli di Foggia, di Fra Diavolo di Itri, di Talarico e Taccone, quel vecchio ci diceva di essere buoni con la legge, con i superiori e i signori. Di fuggire i cattivi compagni, di fare del bene per godere della libertà e la stima del prossimo, poiché pur essendo poveri, si tira avanti lo stesso e Dio provvede a tutto. Meglio mangiare ghiande cotte sotto la cenere che polli rubati e vale più un carlino lavorato col sudore della fronte che centomila ducati rubati.

Nella masseria di Don Biagio, un mattino del maggio 1847, mentre lavoravo, un giovanotto di famiglia nobile, montato sopra un superbo cavallo e accompagnato da una decina di bracchi, mi passò poco distante. Fermai l’aratro e appoggiato il braccio a tergo, in atto di riposo, fissai quel giovanotto. Un mio compagno di lavoro, vedendomi in quella posizione, mi disse di non perdere tempo a guardare il figlio di quello scellerato di Don Vincenzo, poiché mi poteva capitare qualche sventura, per quanto lui, non era come suo padre. Quel giovane era il figlio dell’assassino di mia madre. Immaginate il mio stato d’animo in quel momento. Quando fu alla mia portata, con voce alterata, esclamai di portare i suoi cani a sé, sperando di provocarlo, per freddarlo con una fucilata. Il giovine smontò da cavallo, chiamò a sé i cani e mi salutò, domandandomi perché gli avevo detto di chiamare i cani e se questi arrecavano danno. Gli spiegai la ragione ed egli si scusò. Dopo essermi presentato, il giovane montò a cavallo e partì al galoppo.

Verso sera venne da me il massaro di pecore Vito De Feo, pregandomi di favorire dal signorino Ferdinandino, poiché voleva parlarmi. Fui cortesemente ricevuto con un bicchierino di rosolio, dei biscotti di Francia, un sigaro Avana e invitato a sedere su una comoda poltrona. Don Ferdinando parlò delle mie disgrazie famigliari, facendomi diverse domande e io gli presentai un manoscritto, nel quale era narrata la storia delle sventure. Il signorino lesse e senza dimostrarsi contrariato, mi chiese della provocazione del mattino. Io gli risposi che se avesse usato il frustino, come soleva fare suo padre, gli avrei sparato. Il signorino disse che le colpe dei padri non dovevano cadere sui figli. Mi disse che era disposto a soccorrere tutte le vittime di suo padre e anche la mia famiglia, offrendomi un posto di fattore in una sua masseria. Ringraziai accettando la proposta di fitto, di tre tumoli di terra, con i quali speravo di guadagnare i duecento scudi, necessari per esimermi dal servizio militare. Il signorino voleva offrirmi la somma, ma rifiutai, dicendo che avrei accettato quella che mi mancava, al momento della chiamata alle armi. Ma il destino mi era contrario. Il giovane, essendosi immischiato nei moti di Napoli, del 15 maggio 1848, fu trucidato dagli svizzeri mercenari, sotto il palazzo del Duca di Gravina. Quindi fui costretto a partire militare per Ferdinando II, il 19 marzo 1849. Arrivai a Napoli il 26 dello stesso mese, annesso al I reggimento d’artiglieria. Poi, il 24 giugno, m’inviarono nella compagnia di Palermo.

Il servizio militare non mi pareva pesante. Quello che non sopportavo, era vedere bastonare i miei compagni, per qualche mancanza. Sulle prime piangevo, quando pensavo al paese, agli amici e alla fidanzata che si scordò di me, sposando un altro che poi io le tolsi per farlo brigante, ma poi, mi abituai e fui un ottimo soldato. Il 16 dicembre 1851, da Palermo, con mio sommo piacere, poiché più vicino ai miei cari, mi trasferirono a Gaeta.

Mia sorella aveva 18 anni. Era di statura giusta, snella, bionda, occhi neri, viso tondo, petto largo e gonfio. La poveretta senza padre e senza madre, separata dal fratello soldato, campava lavorando 14 ore al giorno ed era felice nella sua miseria. Carattere fiero, ma indole amorosa, non era rimasta indifferente alle pretese d’amore di un suo coetaneo. Ma un giorno, una donna infame, una mezzana chiamata Rosa, con ipocrisia e falsa affezione, cercò d’insinuarsi nel suo animo, proponendogli il turpe mercato con un certo Don Peppino. In risposta ebbe una rasoiata in viso, equo compenso all’iniquo mestiere. La sfregiata nascose la sua ferita e mia sorella si nascose in casa di parenti. Quando ricevetti la notizia, lascio considerare quale fu il mio stato d’animo e quale tempesta agitò il mio cuore. Un disonesto ci aveva trascinati nella miseria e alla disperazione, un altro della stessa specie, voleva toglierci l’onore e la reputazione. Non potendo più tollerare tanta iniquità, pensai di reagire. Dopo aver sistemato una faccenda d’onore con il sangue e aver disertato, giunsi da mia sorella, a Rionero. A notte alta, bussai alla porta. Quando mia sorella seppe che dietro la porta c’ero io, mi implorò di fuggire poiché la notizia del delitto era giunta a loro. In quel momento ebbi paura, abbracciai e baciai la mia diletta sorella, le consigliai di mantenersi onesta e uscii sulla strada.

Don Peppino Carli, il bellimbusto che aveva mercanteggiato l’onore di mia sorella, frequentava un circolo, dove ogni sera si giocava d’azzardo. In un angolo oscuro, presso la porta di casa sua, attesi la vittima. Un colpo di pugnale punì l’audacia di quel libertino. Compiuta la vendetta, mi diedi alla macchia, dove in breve ebbi a compagni di mestiere, altri tre individui, anch’essi ricercati dalla giustizia. Nascosti nel più fitto delle boscaglie, aggredivamo chi capitava, rubando i denari e i cavalli.

Carmine Crocco fu arrestato il 13 ottobre 1855, condannato a 19 anni di reclusione e rinchiuso nel carcere di Brindisi. Poi, il 13 dicembre 1859, evase, nascondendosi tra i boschi di Monticchio e Lagopesole. Carmine seppe tramite notabili della zona che Camillo Boldoni, membro del comitato insurrezionale lucano, concedeva la grazia ai soldati disertori che avessero appoggiato la campagna militare di Giuseppe Garibaldi, nella spedizione dei Mille. Per la sospirata grazia, Carmine aderì ai moti del 1860, unendosi all’esercito garibaldino sino al 17 agosto del 1860, quando Garibaldi entrò in Napoli. Carmine, con scrupolo e dedizione, aveva combattuto da sottufficiale a Santa Maria Capua Vetere e nella celebre battaglia del Volturno. Cinto dal tricolore, tornato a casa vittorioso e fiducioso d’ottenere quanto gli era stato promesso, si recò dal governatore di Potenza, Giacinto Albini, il quale lo rassicurò che avrebbe ricevuto la grazia. Ma, Crocco non ricevette nulla e sulla sua testa gravò anche un mandato di cattura e la condanna per il sequestro del capitano della Guardia Nazionale di Ripacandida, Michele Anastasia, compiuto con l’aiuto di Vincenzo Mastronardi, prima del suo arruolamento. Crocco tentò la fuga, ma fu sorpreso a Cerignola e nuovamente incarcerato.

Il popolo lucano, afflitto dalla miseria e dai continui aumenti dei prezzi sui beni di prima necessità, iniziò a rivoltarsi contro il neonato Stato Italiano, poiché con il cambio dai Borboni ai Savoia, non avendo avuto alcun beneficio, mentre la classe borghese, in passato fedele ai Borbone, conservò i privilegi, appoggiando la causa risorgimentale. L’acredine del popolo aumentò per la mancata redistribuzione delle terre, per l’aggravio delle tasse, per il servizio militare obbligatorio e fucilazione dei renitenti, in un regime che puniva anche il reato d’opinione. Una popolana di Melfi, Maria Teresa Capogrossi, mentre lavava i panni con altre lavandaie, fu arrestata per aver proferito elogi nei confronti di Francesco II e denigrato il nuovo governo. Per sollecitare la quotizzazione demaniale, si scatenarono ribellioni contadine che furono represse, poiché giudicate reazionarie dal Governo Prodittatoriale Lucano. I membri dei comitati filoborbonici, intenzionati a ripristinare il vecchio regime, sfruttando la rabbia dei contadini, videro in Carmine Crocco, la persona ideale per guidare la rivolta. Ma, Carmine era detenuto nel carcere di Cerignola, in attesa di essere trasferito nel bagno penale di Brindisi. Così, Carmine fu fatto evadere dall’influente famiglia Fortunato, parenti del futuro grande meridionalista, Giustino Fortunato. 

Per le promesse non mantenute, Carmine accettò il ruolo di capo dell’insurrezione contro lo Stato Italiano appena unificato, ricevendo un solido supporto di uomini, armi e soldi, dai Borboni di Francesco II, ex re delle Due Sicilie, subentrato alla morte del padre Ferdinando II. Con il sostegno da parte del Clero locale e di potenti famiglie legate ai borbonici, come i Fortunato e gli Aquilecchia di Melfi, Crocco assunse il comando di mille e duecento uomini, composti da ribelli, bistrattati ed ex militari borbonici, speranzosi di un futuro migliore. Al comando di quella armata, tra cui spiccavano i luogotenenti di Ninco Nanco, Giuseppe Caruso, Caporal Teodoro, Giovanni Coppa Fortunato, Crocco sconvolse molti centri abitati, risultando un pericolo per il giovane Stato Italiano. Nel periodo di Pasqua del 1861, nel giro di dieci giorni, occupò la zona del Vulture. Nei territori conquistati, dichiarava decaduta l'autorità sabauda, ordinava l’esposizione degli stemmi di Francesco II, istituiva una giunta provvisoria, facendo intonare il Te Deum, antico inno cristiano. Nei sanguinari attacchi, la classe borghese veniva ricattata o uccisa e le loro proprietà depredate, ma nella maggior parte dei casi veniva accolto bene. Carmine era il terrore dei proprietari terrieri, i quali, con una richiesta di denaro, vitto e armi, scritto su dei biglietti, dovevano cedere alle richieste.

IL 7 aprile del 1861, Carmine occupó il castello di Lagopesole, facendone la sua roccaforte. Il giorno successivo, sconfiggendo la guarnigione della Guardia Nazionale Italiana, del capitano Michele Anastasia che per vendetta fu trucidato, occupò Ripacandida. Il 10 aprile, le truppe di Carmine Crocco entrarono in Venosa, saccheggiandola e mettendo in fuga la Guardia Nazionale, mentre la cittadinanza borghese si rifugiò nel castello. Il popolo accorse entusiasta, indicando loro le case dei borghesi. Durante l’occupazione di Venosa, fu assassinato Francesco Saverio Nitti, medico, ex carbonaro, nonno dell’omonimo futuro statista e la sua abitazione fu razziata. Fu poi la volta di Lavello, in cui Crocco fece istituire un tribunale che giudicò 27 liberali, filo savoiardi. Le casse comunali apportarono ai ribelli 7.000 ducati, ma, davanti alla supplica del cassiere comunale, di lasciare il denaro per i poveri, Crocco ne prese solo 500. Il 15 aprile, Crocco fu accolto trionfalmente a Melfi, dove il parroco Pasquale Ruggiero fu ucciso e mutilato. L’occupazione di Melfi destò preoccupazione da parte del governo Italiano, tanto che anche Garibaldi fu informato dell’accaduto e il fatto discusso in Parlamento. Il 16 aprile tentò di prendere Rionero, suo paese natale, ma fu respinto dagli abitanti, guidati dalle famiglie Brienza, Grieco e D’Andrea. Dopo la sconfitta di San Fele, il 10 agosto, con il supporto popolare, ottenne una vittoria a Ruvo del Monte, trucidando una decina di notabili, ma abbandonò il paese incalzato dai regolari, comandati dal maggiore Guardì. 

Con l'arrivo dei rinforzi piemontesi da Potenza, Bari, e Foggia, Crocco fu costretto a spostarsi verso Avellino, occupando Monteverde, Calitri, Aquilonia, Conza e Sant’Angelo dei Lombardi. Per aver collaborato con gli invasori, Ruvo fu punita con la fucilazione di numerosi abitanti. Guardì ordinò al sindaco di rifornire il suo contingente ma, di fronte ad un diniego, motivato con le casse vuote trafugate dai briganti, fu arrestato con altri rappresentanti, per attentato alla sicurezza dello Stato e complicità in brigantaggio. 




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