viernes, 1 de octubre de 2021

Carmine Crocco I

 


      LXXVI Exposición Individual de Fotografías:     

       "Playas y Mares V" del 9 al 24 de Octubre, 

              en la Galeria de Arte, MAXART.





Vita del brigante lucano Carmine Crocco

Prima Parte


Carmine Crocco, detto Donatello, soprannome preso dal nonno paterno, Donato Crocco, nacque a Rionero in Vulture, all’epoca parte del Regno delle Due Sicilie, il 5 giugno 1830 e morì a Portoferraio, il 18 giugno del 1905. Suo padre Francesco, faceva il contadino e il pastore, presso la nobile famiglia venosina di don Nicola Santangelo, mentre sua madre, Maria Gerarda Santomauro, era una cardatrice di lana. Secondogenito di cinque figli, i suoi fratelli furono Donato, Antonio, Marco e Rosina. Carmine ebbe una misera, ma serena infanzia, forgiato dai racconti dello zio Martino, da cui imparò a leggere e scrivere. Martino, ex Sergente Maggiore dell’esercito napoleonico, perse la gamba sinistra nell’assedio di Saragozza, durante la Guerra d’Indipendenza spagnola, per una palla di cannone. In pochi anni, da contadino, Carmine divenne uno dei più importanti briganti dell’epoca risorgimentale, comandante di un esercito di oltre mille uomini, fece della Lucania, l’epicentro del brigantaggio post unitario. Su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.

Quando mio padre prese moglie, si divise da suo padre, comprò alcune pecore e capre, prese in affitto un pezzo di terra da una famiglia patrizia e cominciò a seminare grano, legumi, formentone e canapa. Con il suo lavoro quotidiano, ricavava il fitto da pagare al padrone e provvedeva al vitto della famiglia, mentre con le capre e le pecore, faceva fronte alle spese di casa. Mia madre aveva ereditato un tumolo di terra, piantata a vigna, la quale era la delizia di noi creature. Possedeva pure due casupole ed esercitava il mestiere di scardare la lana, con cui lucrava il pane per sé e per i figli. Sia mio padre che mia madre, che Iddio li abbia in pace, non ci facevano mancare nulla. Bello era al mattino quando mio padre apriva l’ovile e le capre uscivano all’aperto, saltellando per nutriti pascoli, mentre noi bambini scorrazzando, andavamo in cerca di fiori da portare alla mamma. E mia madre, quanta bontà nei suoi sguardi pieni di affetto, quanto amore nelle sue cure, quanta assidua volontà di lavoro. Si alzava all’alba, preparava la bisaccia del marito, rassettava la casa, curava i figli e poi, con faticosa lena si dava al lavoro, sicura di poter guadagnare i suoi 40 centesimi, prima del tramonto.

Nel 1836, un bel mattino di aprile, mio fratello maggiore Donato e io, eravamo tornati dalla scuola di Zio Martino. Pochi minuti dopo, Donato fu mandato a raccogliere l’erba per i conigli e io a comprare del sale per la cucina. Corremmo uno a levante e l’altro a ponente e un quarto d’ora dopo eravamo di ritorno, avendo fatto ognuno il proprio dovere per bene, poiché al più piccolo sbaglio, correvano schiaffi e scappellotti. Quelli della mamma, per me erano così saporiti che qualche volta sbagliavo apposta. Venne l’ora di pranzo e seduti attorno ad un tavolo, con un gran scodellone di minestra fumante, ci mettemmo a mangiare, mentre la mamma dava il latte al suo figliuolo. Questo gruppo che nella miseria era pur felice, fece invidia a Satana che volle guastarlo e per sempre. In un altro cantuccio della stanzetta, c’era un gruppo felice di bestioline. Conigli e galline che mangiavano l’erba portata da Donato. Inaspettatamente, un magnifico cane levriero entrò con un salto nella nostra stanza e afferrato un coniglio, fuggì fuori. A quella vista noi piccini cominciammo a strillare e uscimmo fuori per togliere la preda alla bestia, ma purtroppo il coniglio non fu lasciato che morto. Donato, armato di un randello, assestò un colpo sulla testa del cane e il magnifico levriero cadde morto sul colpo. Disgrazia volle che quel cane apparteneva a don Vincenzo, il quale non vedendo tornare a sé la sua bestia, si mise a cercarla. Quando la trovò morta sul limite della nostra casa, scagliò all’indirizzo di mia madre molti vituperi e volendo sapere chi avesse ucciso il cane, tempestò di pugni Donato, tenendolo fermo per un braccio. Mia madre cercava perdono, invocava pietà, ma vedendo flagellare suo figlio, posò il piccino che aveva in braccio e si scagliò furibonda verso l’aguzzino, quando lo scellerato le assestò un calcio nel ventre che la fece cadere per terra. Corsero i parenti e venne il medico. Dall’aprile del 1836, al maggio 1839, dopo aver subito un aborto, la povera donna fu costretta a letto. Chi può dire quante lacrime spargemmo noi cinque creature, il più grande di otto anni e il più piccolo di due. Chi avrebbe pensato più a noi? Mio padre non poteva lasciare il lavoro, altrimenti saremmo morti di fame. Una zia ladra e ghiottona ebbe l’incarico della casa. Lei rubava tutto ciò che le capitava sottomano e divorava quello che trovava di buono, lasciando per noi la roba fradicia e puzzolente. Addio scuole, addio zio Martino, parenti, compagni. Eppure abbiamo un padrone in cielo, Iddio, un signore in terra, il Re. In quei tempi avevamo Francesco II per Re, Maria Cristina per Regina, ma essi pensavano alle feste e alla gloria, mentre noi morivamo di fame. Quando mia madre parve migliorare, mio padre partì per Venosa, alla dipendenza dei signori Santangelo, per tosare le pecore e mietere i campi di grano.

Un mattino, Don Vincenzo si recò in campagna cavalcando un superbo morello. Era armato come un cavaliere antico. Pistole all’arcione, fucile a bandoliera, pugnale. Ma con tutto ciò, prima di arrivare al punto detto La Torre, a tre miglia da Rionero, fu colpito da una fucilata che lo fece ruzzolare insanguinato a terra. Un altro uomo vegliava su di lui e informato di quella gita da una spia di casa, misurando luogo e tempo, ebbe agio di dar sfogo al suo odio, quasi certo dell’impunità, poiché egli sapeva che la colpa del gesto, non sarebbe caduta su di lui, ma su un altro che egli infamemente a mezzo di vigliacche e false testimonianze, avrebbe indicato alla giustizia degli uomini. Ma la mano del vile tremava, non per l’assassinio che si accingeva a compiere, quanto per la falsa denunzia con la quale preparava la condanna d’un innocente e così, la palla sfiorò la fronte di Don Vincenzo, portandogli via solo una ciocca di capelli. Ma, il tentato assassinio di Don Vincenzo, doveva essere punito anche facendo vittime innocenti. Bisognava assicurare i rei alla giustizia o almeno fare qualche arresto, per far vedere che gli sgherri del generale Del Carretto, non se ne stavano con le mani nella cintola. Chi credete che sia stata la prima persona arrestata? Mio padre! Sì, proprio mio padre, il quale nell’ora del misfatto si trovava a Venosa, in casa di Don Felice Santangelo, a nove miglia da Rionero. Non valsero le dichiarazioni dei suoi padroni di Venosa, né le testimonianze di ventotto persone di specchiata onestà che lavoravano con mio padre. La causa era così evidente che nessuna testimonianza poteva distruggere la convinzione che egli fosse il colpevole. Francesco fu posto in carcere e sottoposto a procedimento penale. Con mio padre vennero arrestati altri cinque poveri diavoli, carichi di numerosa famiglia, contro i quali la polizia aveva trovato una lontana ragione a delinquere contro don Vincenzo. Ma con queste causali ne avrebbero dovuti arrestare parecchi altri, poiché la prepotenza del signorotto lo aveva portato a litigare con tutti i contadini del luogo, per ragioni di passaggio, per derivazione di acque, per il pagamento dell’affitto, per la divisione del raccolto e altri episodi. Ma, la mandante del crimine fu una donna di Don Vincenzo.

Chi può considerare il dolore di un uomo innocente posto in carcere, con pericolo di cadere in mano del boia. Il reo non ha dolore, poiché la sua coscienza è sporca. Mentre, l’innocente non sa darsi pace della libertà perduta, dell’infamia che copre il suo nome e piange e maledice. Quando mia madre seppe dell’arresto del marito, restò pietrificata, non volle più prender cibo e in breve smarrì la ragione. Una volta piangeva, poco dopo rideva, ora si buttava giù dal letto, ora tentava d’uscire sulla strada in camicia. Distruggeva tutto ciò che le capitava nelle mani e noi, se le andavamo vicini, minacciava di strozzarci. L’unica persona che poteva avvicinarla era suo fratello, il quale aveva una nidiata di figli e più che pensare a mia madre, doveva zappare la terra, per dar da mangiare alla sua famiglia. Mio padre, dal carcere di Potenza, scriveva lettere strazianti, raccomandando parenti e amici, la moglie e i figli, ma intanto il piccolo patrimonio spariva e la miseria s’abbatté sulla nostra casa. Il fratello di mia madre, riunì a consiglio tutti i parenti e fu deciso che la sorella Rosina sarebbe andata con la zia materna. Antonio in casa di uno zio paterno, ma morì poco dopo bruciato vivo. Marco, il più piccolo, capitò sotto le unghie della zia ladra che durante la malattia della povera mamma, si era rubato ogni cosa. Donato andò a fare il pastorello presso un signore, come me, presso un altro signore, in Puglia. Lontano dal mio paese, da mia madre pazza, da mio padre carcerato, io crebbi conducendo al pascolo armenti, crebbi col veleno nel cuore, con la rabbia nell’animo, col vivo desiderio di offendere.

Nell’anno 1845, salvai dalle acque dell’Ofanto, un certo Giovanni Aquilecchia, facoltoso di Atella che mi ricompensò con 50 scudi. Quella somma rappresentava un tesoro per me, avvezzo a guadagnare due lire al mese. Credendomi ricco, salutai le mie pecore e mi recai a Rionero, assente da oltre 5 anni. Nell’animo pullulavano tanti pensieri.

Tramite il cognato, don Pietro Ginistrelli, mio padre fu scarcerato. Su di me aveva un grande ascendente, ma non potevo comprendere perché, da uomo gagliardo, si fosse fatto assoggettare dalle ingiustizie sociali e avesse accettato sommesso tutti gli insulti più crudeli che la giustizia degli uomini gli aveva infamemente gettato sul viso. Sordo alle mie proposte di rivalsa, mi mostrava come egli fosse felice nella miseria, cercando di calmare i miei istinti di grandezza, consigliandomi di mantenermi modesto e lavoratore. Di comune accordo decidemmo che io sarei tornato a Rionero, a cercar lavoro, conducendo con me la sorella Rosina. Il lavoro non mi faceva paura, mi sentivo sano e vegeto, ero avvezzo ai disagi, per cui avrei faticato volentieri tutto il giorno, pur di coltivare un pezzo di terreno che fosse mio. Ma, purtroppo, io non ero nato per zappare, a me non spettava la gioia dell’uomo onesto.

Ora che nella solitudine del carcere penso al passato e cerco di scoprire come mai io, nato poverissimo, col crescere della ragione, abbia voluto essere qualche cosa, sia pure un grande infame, ne attribuisco la causa a ragioni diverse. Prima è stata quella poca istruzione che lo zio Martino, con religiosa pazienza, seppe impartirmi. E come nel regno dei ciechi, il sguercio è considerato signore, così io, mescolato fra tanta plebe rozza e analfabeta, io che sapevo scrivere e che facevo versi all’innamorata, mi sentii sommamente a loro superiore. La vita nomade condotta da ragazzo, contribuì a sviluppare in me, il germe della grandezza. Girando per le fiere di Bari, Barletta, Andria, Altamura, Foggia, Gravina, avevo appreso che la vita non era racchiusa tra i confini del Vulture e le boscaglie di Monticchio. Nei contratti di vendita che si stipulavano, vedevo le monete d’oro correre di mano in mano e i miei padroni aumentare il loro patrimonio, standosene seduti nelle loro ville. Pensavo al perché fosse a loro riservata tanta fortuna, mentre noi dovevamo lavorare. Aggiungi un animo ulcerato dalle sventure di famiglia e non sarà difficile renderti conto, come mi resi celebre, non per virtù e bene, ma per infamia e male.





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