martes, 1 de abril de 2025

Curiosità del passato

 



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       CXVIII Exposición Individual de Fotografías:                    "Zapatos" del 12 al 27 de Abril,                               en la Galeria de Arte, MAXART.









Curiosità del passato

Il palazzo di Versailles, costruito nel XVII secolo, era sprovvisto dei bagni e gli escrementi umani erano gettati dalle finestre. Nel palazzo non vi era la minima igiene, anche se si preparavano banchetti per centinaia di persone. I giardini erano usati per defecare e orinare, anche se erano provvisti di uno dei sistemi idraulici più avanzati dell’epoca, alimentando le fontane attraverso chilometri di canali e acquedotti, ma nulla per migliorare la situazione igienica di chi lo abitava. All’epoca, le docce non erano usate, cosi come gli spazzolini da denti o la carta igienica, quindi, i nobili usavano i ventagli e i profumi per mitigare le tremende puzze che i loro corpi emanavano, lasciati sporchi per mesi e talvolta per anni, poiché i loro sontuosi vestiti e le loro elaborate acconciature non potevano occultare la situazione igienica del loro corpo. Si narra che Luigi XIV abbia fatto un solo bagno nella sua vita, lavando periodicamente parti del suo corpo. La maggior parte dei matrimoni si celebrava in giugno, poiché il primo bagno dell’anno avveniva in maggio e dopo un mese il lezzo era sopportabile. Tuttavia, per coprire lo sgradevole odore residuo, le spose si ornavano di un mazzo di fiori; tradizione giunta sino ai nostri giorni. Il bagno si eseguiva in una tina, usata da tutti i membri della famiglia. Il primo a usufruirne era il capofamiglia. Dopo aver lasciato il suo luridume nelle acque, toccava agli altri membri della famiglia immergersi nella tinozza, in ordine di importanza. Per gli ultimi il rischio di infezione era altissimo.

A tavola si usavano piatti di stagno, i quali al contatto con i pomodori si ossidavano, causando avvelenamenti, tanto che nei primi due secoli dall’arrivo del prodotto dalle Americhe, i pomodori furono considerati velenosi. La combinazione tra alcool e l’ossido di stagno che le tazze contenevano, poteva provocare stati di incoscienza simili alla narcolessia. Se capitava in strada, i passanti potevano pensare che l’individuo fosse deceduto. Quindi, il corpo veniva portato via e preparato per il funerale. Il defunto era posto sul tavolo di cucina, dove amici e parenti mangiavano, vegliando l’aspirante defunto, nella speranza che si svegliasse. Da qui nasce la tradizione di vegliare un defunto per circa 36 ore. In Inghilterra, per mancanza di spazio, i vecchi defunti venivano dissotterrati e sistemati negli ossari, mentre i nuovi defunti prendevano il loro posto. Aprendo le vecchie bare, alcune volte si trovavano graffi sul coperchio, segno che l’individuo era stato sepolto vivo. Così, nasce l’idea di legare al polso del cadavere una cordicella che tramite un foro, nel caso si fosse rivitalizzato, arrivava a una campanella che allertava un guardiano. Da quella pratica nacque il detto: “Salvato dalla campana.”   

Nel Rinascimento, le cortigiane erano circondate da un alone di mistero e fascino. Oltre alle abilità sociali e intellettuali, queste donne intriganti erano legate a delle curiosità insolite, come comunicare tra loro  tramite il linguaggio del ventaglio, con particolari movimenti e posizioni dello stesso. Le cortigiane indossavano anelli o pendenti a forma di chiave. Questi gioielli, otre a ornare, servivano a simboleggiare l’accesso alle loro stanze private. Le cortigiane indossavano piume colorate come accessori distintivi, dove ogni colore aveva un significato simbolico. La piuma rossa indicava la disponibilità agli incontri amorosi, mentre la piuma nera indicava uno stato di lutto o di malinconia. Le cortigiane portavano piccoli specchi rotondi, i quali, oltre a controllare il proprio aspetto, servivano per riflettere la luce sul volto desiderato per attirare l’attenzione. Le cortigiane avevano anche una tradizione insolita, legata alle loro calze. Quando una cortigiana decideva di abbandonare il suo mestiere, donava una delle sue calze a un ospite speciale, il quale si sentiva onorato.

Alla fine del 1.800, alcune città statunitensi approvarono delle leggi di natura discriminatoria che vietavano agli individui sgradevoli, mutilati e deformi di apparire in pubblico. Queste leggi proposte da un movimento sociopolitico aveva lo scopo di migliorare la genetica della popolazione, escludendo gli individui con disabilità fisiche o mentali, con il pretesto di un beneficio per la salute pubblica. L’applicazione delle leggi variava dalle multe, alla reclusione o all’allontanamento con la forza dei suddetti dagli spazi pubblici.

Si viveva meglio nella Roma Imperiale che in una città occidentale del XX secolo. Roma era il centro del mondo conosciuto e si avvaleva di tutte le conquiste socio tecnologiche che nei secoli aveva realizzato. Quindi, la vita dei Romani era piena di agi che alla fine dell’impero scomparvero. Nel medioevo tutta l’Europa si trasformò in un posto selvaggio, preda della malaria e della peste. Tutte le conquiste che faticosamente i Romani avevano raggiunto, scomparvero, preda della filosofia religiosa che prevedeva la sofferenza e la preghiera. Solo nel XX secolo l’umanità superò le conquiste che i Romani avevano raggiunto duemila anni prima.

 




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sábado, 1 de marzo de 2025

Confessioni di un burino

 



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       CXVII Exposición Individual de Fotografías:                 "In the City IV" del 8 al 23 de Marzo,                        en la Galeria de Arte, MAXART.













                      Confessioni di un burino

Tu me chiedi se credo nell’aldilà? Se credo che dopo la morte ce sia una vita ultraterena? Se un dio detta le regole della vita dell’universo? Ma! Che te devo di! Sino a quanno stavamo ar medio evo; finché c’era er sistema Tolemaico, ce potevi pure crede all’esistenza de Dio. Ce potevi pure crede alle sue punizioni. C’era solo la tera, la luna, er sole, tre pianetini. Le stelle erano quattro puntini sperduti nel cielo. L’universo era tutto li. Potevi pure crede che con noi giocava come er gatto cor topo. Potevi pure crede che se divertiva a spiarci, a guardá dal buco de la serratura, a spiá i nostri comportamenti e se nun te comportavi como se deve, te mandava all’inferno.

Ma, oggi… ammesso pure che esiste che io so de ampie vedute; ma tu hai visto quanta roba c’è la fori? Miliari de stelle, miliardi de galassie, de pianeti, nebulose, quazar, pulsar, buchi neri, oceani de materia oscura, fascie de neutrini, antimateria. Ma, ammesso pure che esiste, tu credi che uno che ha fatto tutta ‘sta robba, je puo fregá qualcosa se in questo sercio de pianeta de periferia noi bestemmiamo, rubbamo, ammazzamo, tradimo le mogli, ce ngoppamo uno co’ l’altro. Ma, tu credi veramente che la morale nostra possa esse la questione centrale dell’universo? Tu credi che a uno che ha fatto tutta stá robba je può interessá quarcosa de un ometto pieno de difetti che pratica capricci, che umilia e sporca la sua stessa casa? Nun ce credo proprio. De noi nun je importa gnente a nessuno. Nasciamo, pasciamo, morimo e finisce tutto li.

Semo scimmie. Abbiamo le stesse caratteristiche delle vacche, dei cani. Se te metti en quattro te n’accorgi. Nun te poi sbagliá. Ce ammaliamo perché dobbiamo morí e se more. Come capita a tutti. Tutto sta’ già scritto. More tutto. Muoiono pure le galassie e quindi moremo pure noi, tornando allo stato de prima de nasce. Il nulla. Le cose s’aggiusteno e se guasteno da sole. Nun poi cambiá l’ordine delle cose e nun te preoccupá, perché nun esiste nulla. La vita è un soffio. Oggi c’è vento e puoi morí. Domani c’è er sole e poi godé. Poi, morimo e bonanotte ar secchio. 

 

 




 
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sábado, 1 de febrero de 2025

Padre Pio

 



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       CXVI Exposición Individual de Fotografías:          "Abstracts and Ghosts" del 8 al 23 de Febrero,                  en la Galeria de Arte, MAXART.









Padre Pio

 

Il vero nome di Padre Pio era Francesco Forgione, nato il 25 maggio del 1887, a Pietrelcina, in pieno Sannio, nella provincia di Benevento. Ai tempi di Francesco la vita a Pietrelcina era dura. O ci si rompeva la schiena nei petrosi campi per sradicare un tozzo di pane, o ci si imboscava in un convento per sopravvivere meno faticosamente. Fu così che Francesco decise di entrare in un convento di frati cappuccini.

Nell’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916, Padre Pio ricevette le stimmate. Cambiando il corso della sua vita, nel 1919 lo dichiarò agli inquisitori del Sant’Uffizio, attirando devozione, ma anche disprezzo. Quindi, nel giugno 1921, per verificare la veridicità del suo caso, ci furono otto giorni di indagini e interrogatori per il frate e i confratelli.

“Udii una voce che diceva, ti associo alla mia passione e ho visto questi segni, dai quali gocciolava sangue.”

Gli inquisitori gli chiesero delle febbri a temperature letali; dei dolori e delle lotte notturne col diavolo; del profumo di fiori; delle bilocazioni.

“Io non so come sia, né di che natura è la cosa, né molto meno ci do peso, ma, mi è accaduto di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro; non so se la mente si sia trasportata lì o era una rappresentazione del luogo o della persona che si era presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…” 

Quando Giovanni Paolo II, a furor di popolo, il 2 maggio 1999 lo proclamò beato, ricordò le prove che dovette superare per arrivare a tale decisione, poiché esistevano anche atti accusatori dei detrattori, i quali furono chiamati, incomprensioni. Nella sua vita, per cinque volte Padre Pio è stato sottoposto a delle inchieste da parte del Sant’Uffizio, subendo interrogatori, intercettazioni, perquisizioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico.   

Pio XI e Giovanni XXIII, papi dell’epoca sua più illustre, per usare un eufemismo, lo consideravano con sospetto. Il domenicano francese Paul Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli, alias Giovanni XXIII, a interrogare il vecchio frate, allora settantaquattrenne, lo apostrofò: “Un disgraziato che approfitta della sua reputazione di santo, per ingannare le sue vittime.” Nella relazione al Sant’Uffizio scrisse che si trattava della più colossale truffa nella storia della Chiesa. E se in seno alla Chiesa lo definivano così, solo i creduloni della fede e gli ignoranti come lui che aveva ordito il piano potevano credergli. 

Per le indagini, il domenicano francese aveva fatto forare le pareti della stanza dove Padre Pio riceveva la gente, per metterci dei microfoni, i quali, nelle udienze di fedeli riportarono il suono ripetuto di baci. Accusato di atti carnali, il frate si difese dicendo che non aveva mai baciato una donna in vita sua e spergiurava davanti a Dio che non aveva mai baciato neanche la mamma. 

Papa Giovanni XXIII temeva un immenso inganno, un disastro di anime, come annotava nei suoi diari del 1960, ma poi, si fece convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale asseriva che quei rumori provenivano dai fedeli che gli baciavano con devozione le mani stigmatizzate.

Karol Wojtyla era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 si recò a San Giovanni Rotondo, facendosi confessare da Padre Pio. Da ciò, nacque la leggenda più volte in seguito smentita dallo stesso Giovanni Paolo II che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca. “Ma, non è vero niente.” Per Wojtyla lo strano era che i prodigi, più dei fedeli, avevano eccitato i detrattori che lo deridevano e lo sfruttavano per denaro o battaglie ideologiche, ma chi si recava nel suo convento per chiedergli un consiglio o confessarsi, lo identificava con il Cristo sofferente e risorto, restandone incantati. 

Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate francescano e medico, fondatore nel 1921 dell’università Cattolica a Roma che l’anno prima lo aveva incontrato, scrisse al Sant’Uffizio che si trattava di uno psicopatico ignorante che induce all’automutilazione e si procura artificialmente le stigmate, allo scopo di sfruttare la credulità della gente. 

Alla richiesta di spiegazioni sull’esistenza di una boccetta di acido fenico nel suo armadietto che si era procurato in farmacia, facendo pensare all’auto stigmatizzazione, il frate asseriva che gli serviva per disinfettare le siringhe, giacché quelli erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva sfracelli. In quel frangente anche gli scettici avevano dubbi, perché né l’acido fenico, né la polvere di veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni per cinquant’anni. Ma, sul santo più amato del novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continuano a gravare forti sospetti. 








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miércoles, 1 de enero de 2025

Saturnalia

 


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       CXV Exposición Individual de Fotografías:                 "Manos y Pies IV" del 11 al 26 de Enero,                       en la Galeria de Arte, MAXART.



























































































































Lo scultore Ernesto Biondi nacque nel 1854, a Morolo, Frosinone. Nel 1870, si trasferì a Roma, frequentando per un breve periodo l’Accademia di San Luca. Poi, proseguì la sua carriera da autodidatta. Fu uno scultore verista, interessato a temi sociali, letterari e storici. Molte opere richiamano i valori socialisti e repubblicani, nei quali l’artista s’identificava. Dal 1883, fece realizzare tutte le sue opere in bronzo, presso la fonderia romana di Alessandro Nelli.

I Saturnali, opera esposta nella Galleria di Arte Moderna di Roma, (come si vede non curata come meriterebbe) erano una festività Romana dedicata al dio Saturno. I Saturnali si svolgevano dal 17 al 23 dicembre. La gente, con grandi banchetti e sacrifici, si scambiavano auguri e piccoli doni. Da tale festività deriva il nostro Santo Natale.

Durante i festeggiamenti l’ordine sociale era sovvertito e gli schiavi  diventavano uomini liberi. Uno di loro veniva eletto princeps e conferito di ogni potere. Vestito con una buffa maschera dai colori sgargianti, tra i quali spiccava il rosso, colore degli dei, personificava Saturno, il dio preposto alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettore delle campagne e dei raccolti. Si credeva che nel periodo invernale, uscito dalle profondità del suolo, il dio vagasse tra i territori dormienti. Offrendo doni e festività in suo onore, era indotto a ritornare nell’aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.

Saturno fu il dio dell’età dell’oro, quando gli uomini vivevano felici nell’abbondanza e nell’uguaglianza e lo scopo dei Saturnali era rievocare quelle condizioni idilliache. Pur essendo una festa religiosa, si manifestava con sfilate carnevalesche





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domingo, 1 de diciembre de 2024

Lucio Tarqunio il Superbo

 



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       CXIV Exposición Individual de Fotografías:             "Quinceañeras" del 14 al 29 de Diciembre,                     en la Galeria de Arte, MAXART.









Lucio Tarquinio il Superbo


Lucio Tarquinio il Superbo, Lucius Tarquinius Superbus, morì nel 496 a.C., dopo aver regnato dal 534 al 509 a.C.. Sconosciuta è la sua data di nascita. Figlio di Tarquinio Prisco, fu il settimo e ultimo re di Roma. Le sue due spose furono le due figlie di Servio Tullio. Tullia Maggiore e Tullia Minore, dalla quale ebbe i figli Tito, Arrunte e Sesto. Tarquinio governò con la spregiudicatezza e la crudeltà dei tiranni, tanto che i Romani lo apostrofarono il Superbo. Per la lungimiranza di Servio Tullo, in città si respirava aria di democrazia, ma il nuovo re cambiò le regole. Chi non era con lui, era contro di lui. La sua vita fu tanto violenta che tutti i suoi nemici furono passati per le armi.

La guerra contro Gabi, a venti chilometri da Roma, sulla Via Prenestina, si protraeva senza esito, spingendoli a ricorre all’inganno, espediente poco comune per i Romani, abituati a combattere in campo aperto con lealtà. Abbandonata la pugna, fingendo d’essere interessato a opere ingegneristiche a Roma, Sesto, il più giovane dei suoi tre figli, cercò di farsi accettare tra gli abitanti di Gabi, accampando forti dissapori con il padre. Accolto con giustificata diffidenza, il ragazzo con un racconto verosimile, cercò d’entrare nelle grazie degli abitanti di quella cittadina. “Mio padre è un uomo spietato anche con i suoi figli. Dice che gli procuriamo fastidi e ci vuole eleminare, cosi come ha fatto con i patres. Io sono riuscito a scampare e ho pensato che nessun posto è più sicuro che la città dei suoi nemici. Quanto a voi, al momento propizio attaccherà ancora. Se da voi non c’è posto per un figlio perseguitato da un padre, percorrerò l’intero Lazio, mi rivolgerò agli Equi, ai Volsci, agli Ernici, fino a quando non mi imbatterò in gente disposta a proteggere un figlio dalle torture e dalle crudeltà di un padre. Chi mi accoglierà troverà un uomo determinato a combattere con rabbia il più tirannico dei re e il più prepotente dei popoli.” Con questo convincente discorso, i Gabini lo invitarono a restare e persino ammesso alle riunioni del Gran Consiglio di Gabi. Nelle questioni interne era sempre d’accordo con tutti, mentre quando si parlava di guerra lanciava sempre il suo guanto di sfida a Roma, proponendosi alla guida dell’esercito di Gabi, poiché si sentiva un grande stratega. Conoscendo entrambi gli eserciti, sosteneva di avere in mente un piano infallibile per sconfiggere il suo odiato padre.

Con una fastidiosa guerriglia cominciò a devastare piccoli territori dei Romani. Quelle azioni gli fecero acquistare quella poca fiducia che ancora gli mancava, tanto da essere nominato generale supremo delle forze armate di Gabi. Sesto e le sue truppe ritornavano sempre vincitori, come previsto dal copione, tanto che il giovane era diventato un idolo sempre più osannato dalle truppe. Quando sentì di avere tutta la fiducia, Sesto inviò a Roma un suo galoppino per chiedere lumi al padre sul da farsi. Il re si mostrò riluttante poiché non si fidava del messaggero. Nel giardino del palazzo il re passeggiava silenzioso. Poi, senza fiatare, cominciò a decapitare i fiori che aveva a portata di mano a colpi di spada. Messaggio criptico per il figlio. La staffetta stanca d’attendere senza ricevere risposta, se ne tornò dal suo padrone, raccontando quello che aveva visto e Sesto ci mise del tempo per capire. Il messaggio sottintendeva che bisognava eleminare tutti i loro capi. Alcuni furono esiliati con false accuse, mentre altri furono uccisi segretamente. Alla fine, i Gabini rimasti senza uomini eminenti, si consegnarono spontaneamente ai Romani.

In campo di battaglia Tarquinio fu valoroso e grande stratega. La sua prima guerra fu contro i Volsci, abitanti della zona Pontina. Le loro città erano Velletri, Atina, Frosinone, Sora, Cassino e Anzio capitale. Militarmente all’altezza dei Romani, furono sottomessi solo dopo due secoli di aspre battaglie. Con un esercito più forte e numeroso, Tarquinio riuscì a batterli nella battaglia nei pressi di Suessa Pomezia, ricavandone quattrocento talenti d’oro e d’argento, con i quali edificò sul Campidoglio un tempio agli dei più importanti: Giove, sua moglie Giunone e la figlia Minerva che soppiantavano la vecchia triade composta da Giove, Marte e Quirino. Tarquinio voleva un monumento colossale che potesse durare in eterno. Ma, per realizzare un’opera gigantesca avrebbe dovuto radere al suolo tutto, poiché il Campidoglio era già colmo di templi di tutte le fattezze ed epoche e gli auspici gli ordinarono di conservare il tempio al dio Termine, poiché assicurava stabilità all’Urbe. Durante gli scavi per le fondamenta del tempio, fu trovata una testa di pietra. “Caput humanum integra facie.” Il ritrovamento destò molto scalpore, tanto che furono interpellati gli Aruspici Etruschi, i quali non svelarono l’interpretazione del rinvenimento, giacché c’erano notizie felici per i Romani, ma non per i popoli vicini, dei quali anch’essi facevano parte. Poi, mettendo alle strette il figlio di un aruspice, si svelò l’arcano. Roma sarebbe diventata Caput Mundi, capitale del mondo. Per questo il tempio a Giove fu chiamato anche Capitolino. Per la costruzione del tempio, insieme alla manodopera locale furono chiamati tecnici e operai dall’Etruria e da altri popoli vicini. Poi, per moltiplicare l’odio nei suoi confronti, pensò di non pagare chi avevano trasportato le pietre, mettendo d’accordo per la prima volta i patrizi e i plebei, sul fatto che il re era proprio un delinquente. Spinto dalla profezia e dalle spese per la costruzione del tempio, Tarquinio attaccava briga con i suoi vicini, sconfiggendoli e allargando i suoi territori.

Tarquinio non aveva rivali. Aveva fatto uccidere sua sorella e uno dei suoi figli, per regnare incontrastato. Ma, le sue notti erano costellate di sogni malefici, come quello del serpente che uscendo da una colonna del palazzo lo mordeva a morte. Non soddisfatto degli indovini di corte che interpretarono il sogno come un’avvisaglia di morte tramite una bestia feroce, dopo aver fatto perlustrare il Palazzo e assicuratosi che non ve ne fossero, inviò i suoi figli Tito e Arrunte a Delfi dall’oracolo di Apollo, il più influente e importante della storia antica, accompagnati dal nipote Lucio Giunio, secondo lui una specie di deficiente. Il nipote era il figlio della sorella che aveva fatto uccidere, con il suo primogenito, soprannominato Bruto per la sua presunta imbecillità. Intanto i nefasti presagi aumentavano, poiché un giorno il re vide un avvoltoio rapire degli aquilotti dal loro nido. L’aquila era il simbolo di Roma. Quando i tre arrivarono in Grecia, al tempio di Apollo, dopo aver offerto doni al dio, furono ricevuti dalla Sibilla Delfica. L’oro e i gioielli portati dai due figli del re, furono adeguati alla loro condizione, mentre Bruto regalò tra la derisione dei suoi cugini quello che apparentemente era un misero bastone, ma la sua cavità era colmo d’oro. Dopo che fu formulata la fatidica domanda, su quanto sarebbe durato il regno di Tarquinio, la Sibilla rispose cripticamente che il suo regno sarebbe caduto quando la bestia avrebbe parlato con voce umana. Poi, i ragazzi vollero sapere chi sarebbe stato il suo successore e lei rispose che sarebbe stato colui il quale per primo avesse baciato la madre. Tito e Arrunte, una volta arrivati a Roma, decisero di non dire nulla al terzo fratello Sisto e sfruttare a loro vantaggio quella profezia. La prima cosa che fecero fu quella di gettarsi nelle braccia della madre e baciarla. Bruto, invece, preso in giro dai cugini per una falsa caduta in cui era incorso all’entrata nella città, interpretò in maniera diversa la profezia. Quando per la caduta fu steso al suolo e i due cugini ridevano di lui, Bruto baciò la madre terra. I due figli di Tarquinio riportarono il risultato della loro spedizione e il padre tirò un sospiro di sollievo, poiché era molto improbabile secondo il suo pensare che una bestia parlasse con voce umana. Ma la bestia era Bruto, così catalogato dallo zio. Il ragazzo per anni se n’era stato buono per paura di ritorsioni dello zio Tarquinio, il quale aveva già fatto uccidere sua madre e suo fratello. Se ne stava in disparte aspettando paziente il suo momento. Lui era la bestia e l’uomo da temere.

Un giorno la Sibilla Cumana, la cui fama aveva solcato i mari più lontani, si presentò in incognito al cospetto del Superbo. Vecchia e cadente, con una coperta che le copriva il capo, le spalle e parte del corpo. La Sibilla era la profetessa che captava il pensiero di Apollo, trascrivendolo su foglie di palme, le quali disperse al vento se ne perdeva il significato. La Sibilla gli chiese se volesse comprare i suoi nove libri sacri che aveva con sé, nei quali erano contenute le profezie divine. Quando la sacerdotessa rivelò il prezzo, il re scoppiò in una fragorosa risata e in un gesto eloquente d’allontanamento. A quel punto la Sibilla buttò nel fuoco tre dei suoi nove libri, ripetendo al sovrano la stessa proposta, ma chiedendo la stessa somma di denaro. Il re stizzito e stupito, rifiutò ancora e lei buttò nel fuoco altri tre libri. Poi, la sacerdotessa, con una voce ammiccante, conferì la domanda: “Sei sicuro di non volerli comprare?” La Sibilla, col suo fare, aveva sconcertato Tarquinio, il quale alla fine acconsentì ad acquistare i tre libri rimasti, per l’invariata elevata somma. Dopo questa trattativa, la sacerdotessa non fu mai più vista. I Libri Sibillini furono affidati a due uomini che ebbero il compito di codificarli. Erano i duumviri, i quali, in seguito divennero dieci e furono chiamati decemviri. I Libri Sacri furono custoditi nel tempio di Giove Capitolino, ma andarono perduti in un incendio. Ottaviano Augusto fece trascrivere i pochi testi rimasti, in memoria dei decemviri, nel tempio di Apollo Palatino. Poi, il generale Stilicone decise di bruciarli, per impedire che le profezie riportate mettessero in pericolo il suo governo.

Un giorno Tarquinio convocò i nobili Latini nel bosco dedicato alla Dea Ferentina, nelle vicinanze di Marino, con la scusa di dover trattare con loro importanti incombenze di comune interesse. I Latini, al mattino, si presentarono in gran numero. Ma, per tutta la giornata, di Tarquinio neanche il lezzo. Turno Erdonio di Aricia, spazientito più degli altri, stava sputando sentenze contro il re assente. “Non sono meravigliato se a Roma l’hanno soprannominato il Superbo. Ma si può essere più arroganti di uno che si prende gioco dell’intero popolo Latino? Invitare i capi, in un posto lontano e non arrivare alla riunione da lui convocata? Vuole mettere alla prova la nostra pazienza e poi, costatata la nostra inettitudine, ci sottometterà. Se i Romani gli concedono di governare dopo aver perpetrato orrendi delitti, perché anche noi dovremmo sopportarlo? Ma se i Romani ricevono condanne a morte, esili, confische dei beni, quale speranza abbiamo noi di essere trattati meglio? Date retta a me, troniamocene a casa.” Mentre l’esasperato Erdonio finiva la sua predica e il sole tramontava, Tarquinio apparve ammutolendo la platea. Invitato a spiegare le ragioni del ritardo, si scusò dicendo che era stato occupato a dirimere una diatriba di vitale importanza tra un padre e un figlio. Turno ancora più incazzato di prima, gli rispose che non c’era faccenda più facile da risolvere, poiché un figlio deve ascoltare il padre senza fiatare e le sue scuse erano inadatte. La tarda ora fece slittare il convegno al giorno seguente. Turno fulminò Tarquinio con uno sguardo intimidente e il re poiché non poteva eliminarlo con una delle sue repentine condanne, avvicinò alcuni dei suoi compatrioti contrari alla sua fazione, ai quali disse di tornare di nascosto ad Aricia e introdurre furtivamente pugnali e spade nella casa di Turno. All’alba Tarquino si presentò davanti all’assemblea Latina con una gran notizia, adducendo che il ritardo del giorno prima era da considerarsi miracoloso, giacché Turno quel giorno si sarebbe assicurato il potere eliminando i capi Latini e il re di Roma, in quanto i suoi uomini, con armi in pugno, avrebbero fatto una strage. Per quello Turno era molto arrabbiato per il ritardo del re. Prova delle accuse erano le armi nascoste in casa sua. Dopo un sopralluogo nella casa di Turno e il riscontro della tesi di Tarquinio, Turno fu condannato a morte, sommerso nell’acqua con una cesta di pietre sopra la testa. Tarquinio riconvocò l’assemblea e dopo averli elogiati per come si erano comportati nella faccenda di Turno, disse che avrebbe voluto stipulare un nuovo trattato, poiché il precedente stipulato ai tempi di Tullio Ostilio era troppo vecchio. Tarquinio proponeva d’annettere i loro territori a quelli di Roma, cosi da escludere la devastazione delle loro città, con la sola disposizione che i giovani Latini avrebbero dovuto combattere per Roma.

 

Lo stupro di Lucrezia

Dopo che Tarquinio aveva prosciugato le casse dello Stato per la costruzione del tempio a Giove, stava pensando alla prossima preda per rimpinguarle. La scelta cadde sui Rutuli, popolo antico e ricco, così chiamati per via dei loro capelli rossi. A capo della spedizione fu messo suo figlio Sisto Tarquinio e il nipote Lucio Tarquinio Collatino. Ardea, la capitale, fu presa d’assalto. Per gli scarsi esiti la città fu assediata, costruendo una trincea attorno e aspettando la capitolazione per fame. Nell’attesa, un giorno, nella tenda di Sesto, figlio del Superbo, con suo cugino Tarquinio Collatino e altri nobili, iniziarono a parlare delle virtù delle proprie mogli. Collatino assicurava che la sua Lucrezia fosse insuperabile in fedeltà, ma Sesto lo scherniva, asserendo il contrario. Sesto tracotante come il padre, in breve trasformò le chiacchiere in una seria disputa. Qualis pater, talis filis. Così, decisero di recarsi a Roma e controllare di persona. Dopo una cavalcata di alcune ore i ragazzi arrivarono a Roma. Poiché a pensare male ci si azzecca, i ragazzi trovarono le loro mogli a godere e miagolare in festini erotici. Soltanto Lucrezia, la moglie di Collatino, fu trovata intenta a filare la lana sull’uscio della sua casa. La donna, dopo l’assenso del marito, con gentilezza li invitò a cenare. Poi, tutti insieme partirono per il campo militare. Lucrezia era una donna virtuosa e per non essersi macchiata di nessun misfatto, come le altre facili congiunte, doveva giacere con lui. Questo fu il pensiero che fece quel delinquente di Sesto Tarquinio, non avendo digerito che la moglie di suo cugino non aveva cornificato suo marito e poi, Lucrezia era una stanga di ragazza, bella e nobile. Aveva scuri e lunghi capelli, labbra tumide e sensuali, curve a ripetizione, per la gioia dell’eccitato Sesto.

Dopo qualche giorno, al limite della resistenza ormonale, Sesto lasciò il campo all’insaputa di tutti e con un suo sgherro si recò da Lucrezia. Fu accolto con la solita gentilezza e dopo aver cenato nella sua casa fu ospitato anche per la notte. Poi, a notte inoltrata, con la spada in pugno entrò furtivamente nella stanza di Lucrezia, puntandole l’arma contro il petto. “Non fiatare. Sono Sesto. Una sola parola e ti uccido.” Poi, Sesto cominciò ad adularla e spiegare la sua devozione verso la donna più virtuosa, per entrare nelle sue grazie e sedurla. Senza cavare un ragno dal buco, dopo l’arte della seduzione usò quella delle minacce. Lucrezia rimase impassibile e irremovibile, ma se non accettava di giacere con lui l’avrebbe ammazzata. Poi, gli avrebbe gettato uno schiavo morto ai suoi piedi, dichiarando che era stato testimone di un adulterio, giustificando cosi il suo gesto omicida. Queste erano le minacce di Sesto. La memoria di Lucrezia sarebbe stata macchiata per sempre. Se al contrario avesse accettato, l’avrebbe sposata per farla regina, giacché egli era figlio di un re. Lucrezia cedette al ricatto, serbando voglia di vendetta.

Sesto Tarquinio lasciò la casa di Lucrezia, contento per l’impresa appena realizzata. Il giorno dopo, per pulire l’onta e il suo senso di sporchizia che sentiva addosso, Lucrezia mandò a chiamare il padre e il marito per raccontare l’accaduto, per quel desiderio irrefrenabile di sincerità che aveva dentro. Spurio Lucrezio Tricipitino, il padre e Tarquinio Collatino, il marito, insieme con Lucio Giunio Bruto e Publio Valerio, due amici incontrati nel tragitto, arrivarono al cospetto di Lucrezia che giaceva rannicchiata sul suo letto in lacrime. Dopo ripetute domande, cominciò a parlare. “Nel tuo letto, Collatino, ci sono vestigia della presenza di un altro uomo, ma è stato violato il mio corpo, non la mia anima. Lo proverà la mia morte, ma, giuratemi che punirete l’infame autore dello stupro. Sesto Tarquinio la notte scorsa è venuto qua e ha ricambiato la mia ospitalità, con ostilità. Armato e con la forza ha soddisfatto le sue voglie abusando di me. Se siete veri uomini fate in modo che il sopruso a me fatale sia funesto anche per lui.” Poi, Lucrezia tirò fuori il pugnale che teneva nascosto sotto le vesti e si trafisse il cuore. Bruto estraendo il pugnale, tra le grida di disperazione del padre e del marito, disse: “Su questo sangue, giuro e chiamo voi numi celesti a testimoni che perseguiterò Lucio Tarquinio il Superbo, la sua scellerata moglie e la sua stirpe con tutte le mie forze, con la spada e con il fuoco, sino a ucciderli o a cacciarli da Roma e non permetterò né a loro, né a nessuno, di regnare in futuro.”

I presenti, sbalorditi dall’impeto dimostrato in quel frangente, si chiesero se il vero Bruto fosse quello della sfida lanciata a un sovrano pericoloso e vendicativo o il Bruto degli anni passati, tollerante e remissivo. Dopo che gli altri giurarono sulle parole di Bruto, portarono il corpo di Lucrezia nel Foro di Collazia, spiegando la morte di una giovane e assennata donna Romana. Dopo aver messo alcune guardie all’uscita del Foro, per tema che qualcuno andasse a riferire al re dell’imminente insurrezione, Lucio Giunio Bruto marciò verso Ardea con un manipolo di sostenitori, per destituire il despota. Spurio Lucrezio Tricipitino fu lasciato a Roma per controllare la situazione. Il seme della rivolta oramai era germogliato e tutti, patrizi e plebei, in questa causa uniti, volevano abbattere il tiranno. Dal gesto disperato di Lucrezia, nacque la ribellione dei Romani, comandata da Lucio Giunio Bruto, figlio della sorella del re Tarquino il Superbo, da lui trucidata.

 

Tarquinio il Superbo in esilio

La notizia della ribellione giunse rapidamente alle orecchie del Superbo, poiché aveva costellato di spie la città. La profezia dell’Oracolo di Delfi si era concretata. Trovandosi sul campo di battaglia, con un drappello di soldati a lui fidi, si recò a Roma con l’intensione di reprimere la rivolta. Giunio Bruto, informato dell’imminente arrivo del re, cambiò percorso per non incrociarlo. Quindi, Bruto arrivò nel campo di battaglia di Ardea, accolto come un liberatore, mentre Tarquinio arrivato a Roma fu cacciato a pietrate, dopo venticinque anni di regno. Tarquinio riparò a Cere, in Etruria, con due dei suoi figli, mentre Sesto, lo stupratore di Lucrezia, si rifugiò a Gabi dove fu trucidato. Era il 509 a.C.. Il prefetto di Roma, Spurio Lucrezio Tricipitino, attenendosi alle disposizioni di Servio Tullio, convocò i Comizi Centuriati, i quali elessero due Consoli. Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino. Non domo Tarquinio cercò di riprendersi il potere, ma per Roma irreversibilmente era cominciata l’era della Res Publica, dopo duecentoquarantaquattro anni di monarchia.

L’altro console Lucio Tarquinio Collatino, a causa del nome non era tollerato dalla popolazione. Con la conquistata libertà, dopo il giogo dei Tarquini, il popolo non voleva neanche sentire nominare il loro nome, per paura di riperderla dopo averne assaporato il delicato profumo. Anche Giunio Bruto era figlio di una sorella del Superbo, ma la gente voleva eliminare solo Tarquinio Collatino. Giunio Bruto convocò l’Assemblea e parlò: “Non dobbiamo permettere il restauro della monarchia, senza tralasciare i minimi particolari. Mi dispiace alludere a qualcuno di preciso e non parlerei se non fossi spinto dal mio attaccamento alla patria e alla Repubblica, ma non sono convinto che il popolo Romano si sia appropriato in modo stabile della libertà, poiché la famiglia reale e il suo nome non soltanto sono in città, ma addirittura al governo. Questo ostacola il nostro definitivo affrancamento.” Così dicendo, volse la parola al console, Tarquino Collatino: “Sta a te decidere. Solo un tuo gesto spontaneo può dissipare i nostri timori. Certo non bisogna dimenticare che tutto è cominciato dal martirio di tua moglie Lucrezia e che hai collaborato a cacciare il Superbo. Ma, ora prosegui il tuo nobile comportamento e porta via da Roma il nome del re. Ti concederemo tutti i tuoi beni, anzi, se non sono abbastanza, te ne aggiungeremo altri e vattene da amico, libera la città da questa paura, forse infondata, ma la gente è convinta che soltanto quando il nome dei Tarquini sparirà da Roma, svanirà anche la monarchia.” Lucio Tarquinio Collatino, frastornato, avrebbe voluto replicare, ma attorniato dai senatori più influenti e dal suo ex suocero Spurio Lucrezio Tricipitino, fece le valige e abbattuto, si trasferì a Lavinio. Dopo la sua partenza, il senato approvò una legge che obbligava tutti i Tarquini all’esilio perpetuo. Poi, al suo posto, come secondo console fu scelto Publio Valerio, uno dei primi sostenitori della rivolta contro il Superbo. Durante la tirannide, molti giovani a lui vicino, sia perché amici dei figli o perché figli di amici, avevano perso i passati privilegi. Il re era irascibile e pericoloso, ma dopo un momento di rabbia tornava normale, ricompensando bene chi gli si mostrava amico, mentre la parità tra le classi sociali che la Repubblica aveva stabilito, infastidiva non poco i rampolli.  

Un giorno arrivarono a Roma degli ambasciatori che reclamavano i beni del Superbo, ma la vera intenzione era quella di sondare il terreno per il ritorno del re esiliato. La restituzione dei beni fu discussa per vari giorni in senato. Poi, i senatori accettarono la richiesta per non fornire scusanti a una guerra, anche se significava dargli le risorse economiche per finanziarla. Gli ambasciatori nella permeanza a Roma identificarono i nostalgici della monarchia e consegnarono loro una lettera del Superbo, ai quali prometteva l’impossibile a chi l’avesse aiutato a riprendere il potere.

I fratelli Aquili e i fratelli Vitelli, la cui sorella aveva sposato Giunio Bruto, avevano due figli chiamati Tito e Tiberio, coinvolti in un complotto insieme ad altri giovani esponenti di famiglie importati romane. Insieme sottoscrissero un testo da inviare ai Tarquini, come prova della loro fedeltà, dopo aver bevuto sangue di un uomo sacrificato per l’occasione. Ma, un servo andò a spiattellare tutto ai senatori, i quali scortati dai Littori irruppero nella casa dei Vitelli, acciuffandoli in flagranza di reato. Sequestrata la lettera, furono incarcerati insieme agli ambasciatori, in attesa di giudizio. Poi, pur accusati di un grave reato furono mesi in libertà, mentre la restituzione dei beni del Superbo, già approvato dal senato, furono donati al popolo. Si trattava di terreni, oggi in zona Flaminio, chiamati Campo Marzio e consacrati a Marte, coltivati a farro, pronti per la raccolta, ma poiché era sacrilegio mangiarne il frutto, fu tagliato con lo stelo, messo in ceste di vimini e gettato nel Tevere. In estate, il fiume, come sempre povero di acque, accatastò i cesti nel fondale basso e melmoso, bloccato da altri detriti. Poi, poco alla volta, detriti e canaste di vimini e farro raggrupparono una grande quantità di rifiuti, tanto da formare un isolotto, al quale fu alzato il livello aggiungendo della terra, rendendolo abitabile e pronto a ospitare costruzioni. Era nata l’isola Tiberina. Ma, questa è una leggenda, come tante altre che riguardano soprattutto i primi cinque secoli della storia di Roma.

Poi, i traditori furono condannati a morte, costringendo il Console Lucio Giunio Bruto a far eseguire la condanna contro i propri figli. I Littori legarono i condannati a un palo, in una piazza stracolma di gente. Tanti i giovani implicati nella vicenda, ma tutti guardavano con un occhio i giovani figli, Tito e Tiberio e con l’altro il Console padre, Lucio Giunio Bruto che stava per ordinare la loro esecuzione. Coloro che avevano rinnegato la libertà chiamata Repubblica e rinnegato il padre, la patria, i senatori e il popolo romano, per ripristinate la tirannide dei Tarquini, stavano per scontare la loro condanna.

I traditori subivano potenti sgusciate sino a lacerare la loro pelle. Alcuni svennero e altri morirono sotto i colpi. I sopravvissuti, slegati, furono decapitati con un’ascia. Bruto, inflessibile, ma, teso, mostrava il dolore di un padre per la perdita di due figli. All’ammirevole schiavo, al salvatore della patria, fu concessa la libertà, la cittadinanza Romana e un premio in denaro. Così come Romolo fondò Roma e più di mille anni dopo, un altro Romolo ne decretò la sua fine, così Bruto decretò l’avvento della Repubblica e un altro Bruto, discendente del primo, quasi mezzo millennio dopo, ne decretò la fine, con l’uccisone di Caio Giulio Cesare. Reiterazioni della storia.   

Tarquinio chiese aiuto alle città di Veio e Tarquinia, per scatenare una guerra contro Roma. In caso di vittoria, le città avrebbero avuto in cambio i loro vecchi possedimenti perduti durante le passate guerre contro Roma. La vendetta offuscò le menti di quei popoli che con sommo piacere consegnarono nelle mani di Tarquinio un esercito ben strutturato per fronteggiare Roma. La battaglia ebbe luogo in territorio Romano, nei pressi della Selva Arsia, nel 509 a.C.. Gli schieramenti erano nelle mani dei neo eletti consoli, Publio Valerio Publicola al comando della fanteria e di Lucio Giunio Bruto al comando della cavalleria, contro le forze Etrusche di Tarquinia e Veio, del deposto re di Roma, Tarquinio il Superbo, alla guida della fanteria e di suo figlio Arrunte Tarquinio, al comando della cavalleria.

Le cavallerie si scontrarono per prime. Bruto durante la battaglia, intravide Arrunte Tarquinio, il cugino nemico, colui che sin da piccolo l’aveva deriso. Scagliandosi contro in un duello all’ultimo sangue, entrambi persero la vita. Poi, anche la fanteria si unì alla battaglia e il risultato fu un’ecatombe senza esito. All’arrivo di un violento temporale gli eserciti si ritirarono, ognuno pretendendo la palma della vittoria. L’esercito di Tarquinia costrinse i Romani a ripiegare, mentre i Veienti furono piegati dai Romani. Nella notte, una voce misteriosa proveniente dalla selva echeggiò nei due accampamenti. Era Silvano, il dio della Selva, che diceva: “Gli Etruschi hanno perso undicimila trecento uomini. I Romani uno di meno.” La vittoria era stata assegnata ai Romani, attraverso la voce di un dio. Nulla di più perentorio. Alle prime luci dell’alba, il Console Publio Valerio fece raccogliere i corpi dei caduti e le armi lasciate sul campo di battaglia, entrando a Roma vittorioso su un cocchio a quattro cavalli, per celebrare il primo trionfo della civiltà romana. Era il primo marzo del 509 a.C.. Furono eseguiti dei sacrifici di ringraziamento per gli dei e l’esercito festeggiò tutto il giorno. Il corpo del console Lucio Giunio Bruto, morto gloriosamente in battaglia, fu fatto sfilare per le vie della città, con una corona d’alloro sul capo. Il suo funerale fu il più sfarzoso mai celebrato sino ad allora, ossequiato dal popolo, dai senatori e dal console Publio Valerio in un discorso pubblico. Per aver liberato Roma dalla tirannide e aver dato onorabilità alle donne, Lucio Giunio Bruto fu pianto e omaggiato del lutto cittadino per un anno intero. Ma quella battaglia fu il primo dei vari tentativi che il Superbo attuò per cercare di riconquistare il trono di Roma. 

Solo alcune settimane dopo, l’amore che il popolo aveva riversato sul console vincitore della guerra su Tarquinio, lasciando liberi i romani, andò perso. Il popolo l’accasava di voler riportare la monarchia, poiché non si era affiancato un altro console per il comando dell’Urbe e in più stava edificando una costruzione che assomigliava più a una fortezza inespugnabile che a una residenza, sulla cima della collina Velia. Il popolo temette che volesse proclamarsi re. La Velia era un'altura di 40 metri, propaggine dell'Esquilino, tra il Palatino e l'Oppio. La Velia, il Palatino e il Campidoglio, sovrastano l’area dov’era il Foro e dove Tullia uccise il padre Servio, travolto con un carro trainato da cavalli. Quando Publio Valerio seppe dei sospetti, se ne andò ad abitare in un’umile casa e al posto della sua domus fu costruito un tempio dedicato alla dea Vica Pota. Disgustato per le maldicenze, Lucio Giunio Bruto convocò nel Foro i Comizi. Nel Foro gremito in ogni ordine di posto, Publio Valerio arrivò anticipato dai Littori, i quali su suo ordine, adagiarono i fasci a terra. Il gesto di abbassare i simboli del potere di fronte al popolo, fu molto apprezzato dalla gente. Iniziò lodando il console Bruto, il quale aveva avuto l’onore di liberare Roma dalla schiavitù monarchica ed essere morto in battaglia da eroe, mentre lui, con gli stessi meriti, veniva accusato ingiustamente e associato a traditori come i Vitelli o gli Aquili. “Com’è possibile che riuscite a sporcare anche le persone più oneste? Io, il nemico pubblico numero uno del re, accusato di aspirare al trono? Non capisco perché, anche se dovessi andare ad abitare sulla rocca del Campidoglio, dovrei incutere timore nei miei concittadini? Come può rovinare la mia reputazione, una banalità del genere? È così debole la vostra fiducia nei miei confronti che conta di più dove abito, di chi sono? La casa di Publio Valerio non sarà una minaccia alla vostra libertà. La sposterò più in basso, anzi ai piedi del colle, in modo da abitare sotto di voi.” La paura di tornare sotto le grinfie di un monarca, nei Romani era molto forte. Poi, Valerio propose delle leggi che spazzarono via ogni sospetto, facendolo più popolare di prima, meritandosi l’appellativo di Publicola. Chiunque avesse aspirato alla monarchia sarebbe stato condannato a morte e sarebbe stato spogliato di tutti i suoi beni. Poi, consentì al popolo di eleggere un Console e la scelta ricadde su Spurio Lucrezio Tricipitino. Il tipo, però, tirò le cuoia alcuni giorni dopo, sostituito da Marco Orazio Pulvillo, il quale inaugurò e consacrò il tempio sul Campidoglio dedicato a Giove, appena terminato, mentre Valerio parti per una campagna bellica, contro i soliti Veienti. I parenti di Valerio non accettarono che la cerimonia fosse celebrata da Marco Orazio e al momento culminante, gridarono che un suo figlio fosse morto all’improvviso e quindi inabilitato a celebrare, poiché era un padre in lutto. Ma, il console fermatosi un attimo per ordinare la sua sepoltura, continuò la cerimonia di consacrazione del tempio a Giove. Nel primo anno della Repubblica, Roma aveva già collezionato cinque Consoli, invece dei due previsti: Bruto, morto eroicamente, Collatino, spedito in ostracismo, Valerio, Lucrezio, morto improvvisamente e Orazio.

Tarquinio il Superbo morì in esilio a Cuma, Campania, nel 495 a.C., alla corte del tiranno Aristodemo che lo aveva accolto dopo la disfatta delle forze Latine. La notizia della morte dell’ultimo re di Roma fu accolta con manifestazioni di entusiasmo dal senato e dal popolo. Con il Superbo terminava l’egemonia Etrusca, iniziata con Tarquinio Prisco. Durante il regno dei Tarquini, Roma aveva stretto alleanze con le città Latine, formando una lega della quale era la città egemone, grazie alla fondazione del tempio di Diana sull’Aventino che teneva unito la stirpe. 






Testo tratto dal libro sull'Impero Romano: 

"Voci dall'Antica Roma"






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