domingo, 1 de octubre de 2023

Dibujos



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         C Exposición Individual de Fotografías:                     "Rio Ozama" del 7 al 22 de Octubre,                           en la Galeria de Arte, MAXART.























































































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viernes, 1 de septiembre de 2023

Yaguaza

 


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      XCIX Exposición Individual de Fotografías:                        "Sancocho" del 9 al 24 de Septiembre,                                en la Galeria de Arte, MAXART.



















































































































































Brano contro il femminicidio. Si concede la riproduzione illimitata.








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miércoles, 2 de agosto de 2023

Romolo Il Visionario II

 



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       XCVIII Exposición Individual de Fotografías:               "Las Salinas V" del 12 al 27 de Agosto,                        en la Galeria de Arte, MAXART.





                       Romolo Il Visionario II

I romani passarono dalla guerra alla pace e persino alla fusione con i sabini e all’unificazione dei loro territori. I sabini si trasferirono sul Campidoglio, raddoppiando d’un colpo la popolazione di Roma. Il nobile Etrusco, Cele Vibenna, impressionato dal valore che i romani avevano dimostrato in battaglia, chiese a Romolo il permesso di trasferirsi a Roma con un gruppo di suoi compatrioti, insediandosi sul colle Quercetulano che in suo onore divenne colle Celio.

Tito Tazio, Titus Tatius, era il re sabino di Cures, una delle città Stato del Lazio, situata tra la riva sinistra del Tevere e la Via Salaria, a circa ventisei miglia da Roma, dove oggi sorge Fara Sabina. Dopo il ratto delle Sabine e la conseguente unione dei popoli, Roma ebbe due sovrani che presiedevano una monarchia collegiale e sulla Via Sacra ci furono i primi festeggiamenti della storia di Roma. Tatius governò Roma in perfetta armonia con Romolo, dal 750 al 745 a.C., anno della sua morte, avvenuta per mano dagli abitanti di Lavinio. Entrambi avevano gli stessi oneri e onori. I sabini furono incorporati nelle curie, dando origine al Populus Romanus Quirites. Tito Tazio ebbe una figlia chiamata Tatia che sposò Numa Pompilio, secondo re di Roma e un figlio che fu l’antenato della nobile famiglia dei Tatii.

Il consiglio degli anziani, scelti fra le cento famiglie più importanti, i Patres, coadiuvavano il re nel governo e ne decideva l’elezione. Poi, fu chiamato Senato e i membri salirono a duecento. I due re divisero la popolazione in tre tribù. I Ramnes erano Latini. I Tities, Sabini. I Luceres erano Etruschi. Ognuna di queste tribù fu divisa in dieci Curie o Comizi Curiati che si riunivano in assemblee per disporre a maggioranza, le leggi per il popolo. Ogni curia doveva fornire una centuria di 100 fanti e una decuria di 10 cavalieri. L’esercito era formato da 3000 fanti e 300 cavalieri, sotto il comando del re. Tra i due popoli fu stipulato che i romani restassero sul Palatino, mentre i Sabini sul colle Tarpejo o Capitolino. La valle boschiva e paludosa tra i due colli, fu bonificata e adibita a mercato e Foro e cinto con delle mura. Romolo costituì le dodici tavole delle prime leggi romane, poi rivisitate dal Senato trecento anni dopo, in periodo repubblicano.

Alcuni parenti di Tazio, maltrattarono gli ambasciatori di Laurentum, arrivati a Roma in ambasceria. I Laurentini indignati per quell’atto infame, portarono la loro disapprovazione al cospetto di Tito, il quale facendo spalluccia, senza applicare la giustizia, difese i suoi parenti, respingendo le loro accuse. La faccenda sembrava chiusa, ma quando il medesimo si recò per un solenne sacrificio a Lavinio, il sacrificato fu proprio lui, poiché gli abitanti, non avendo dimenticato l’offesa, si vendicarono, uccidendolo. Romolo rimase indifferente a quell’efferato crimine, ritenendo che Tazio fosse stato ucciso giustamente, risolvendo le problematiche interne del potere, lasciandolo solo al comando. Il corpo di Tazio fu riportato a Roma e sepolto sul colle Aventino, all’interno di un bosco sacro di allori, situato nell’area dell’attuale piazza Giunone Regina. Su quella tomba i romani ogni anno facevano sacrifici. Romolo, sotto sotto non gradiva di condividere il comando con Tazio, pur non avendo avuto con lui nessuna discordia. Alla sua morte, l’indifferenza mostrata avvalorò tale tesi, facendo pensare che lui fosse stato il mandante dell’omicidio. Tali sospetti però non alterarono l’armonia che regnava nella città e i sabini per timore o per coerenza, rimasero quieti.

Fidene, città limitrofa alla sempre più fiorente città di Roma, per tema d’essere nel breve volgere di pochi anni inglobata ad essa, scatenò un conflitto, devastando e saccheggiando le campagne romane, sin quasi sotto le mura della città, con squadroni della morte appositamente istituiti per l’occasione. Romolo, ripresosi dal turbamento, organizzò un esercito e marciò verso Fidene, lasciando il grosso dell’esercito nella boscaglia antistante la città nemica, mentre con una piccola parte si portò sotto le mura per attirare fuori il nemico. Quando i Fidenati uscirono per respingere il nemico, attratti dall’esiguo numero di essi, quest’ultimi indietreggiarono simulando indecisione e spavento, per trascinarli dove c’era il grosso del loro esercito. Quando i Fidenati s’accorsero del tranello, con una repentina e strategica ritirata, corsero disordinatamente verso le proprie mura, ma era troppo tardi. I romani riuscirono a infilzarli come polli, vincendo la battaglia. Questo fu il primo dei tanti episodi bellici tra le due città che se le dettero di santa ragione per secoli, infatti anche durante la Repubblica, numerose furono le ribellioni di Fidene, ora alleata con i Sabini, ora con i Latini o degli Etruschi di Veio.

Fidene sorse nell’XI secolo a.C., sul colle di Villa Spada, a 8 chilometri a nord di Roma, sulla Via Salaria. L’importante città, vicina al Tevere, cinta da forti mura, era situata all’incrocio tra le vie commerciali tra Romani, Sabini, Etruschi e Sanniti.

Anche agli Etruschi di Veio, venne la stessa voglia dei Fedenati e la vicenda si svolse sulla falsariga del precedente. Quindi, alla carlona, alla cieca, senza nessun piano tattico, passarono il Tevere e invasero il territorio romano. Dopo una breve razzia, se ne tornarono tra le loro mura. Romolo, riorganizzato l’esercito, corse verso Veio per dirimere la questione, alla sua maniera. In campo aperto, cominciò uno scontro furioso senza preliminari o tatticismi. In breve i romani sbaragliarono l’esercito nemico e i sopravvissuti corsero a trincerarsi tra le mura amiche. L’inespugnabile Veio respinse i romani, gli stessi depredarono le loro campagne, cosi come loro avevano fatto con i territori romani. Poi, i Veiani inviarono a Roma i loro ambasciatori, ottenendo cento anni di pace, in cambio di parte del loro territorio. Dopo quelle vittorie Roma avrebbe avuto un quadriennio di pace. Romolo fu amato dal popolo e i suoi soldati lo idolatravano, pur tenendo attorno a sé come guardie del corpo trecento soldati, cui impose il nome di Celeri. Questa fu l’ultima guerra da lui combattuta.   

Romolo riuscì a conquistare Medullia e a battere Fidenae, installandovi 2.500 coloni. Si alleò con i Prischi Latini, sconfiggendo Cameria e la potente città Etrusca di Veio, sottraendole i territori a ovest dell’isola Tiberina. Inorgoglito dei successi conseguiti contro le popolazioni limitrofe, abbandonò la tendenza democratica per applicare una sorta di monarchia assoluta, opprimente e intollerabile. I patrizi pur riunendosi in Senato, obbedivano senza fiatare ai suoi ordini.

Dopo aver compiuto grandi imprese, predestinato all’immortalità, dopo trentotto anni di regno, un giorno del 716 a.C., nella pianura delle Capre, a Campo Marzio, mentre dal suo trono parlava all’esercito, una saetta squarciò il cielo intriso di nuvole e un violento temporale si scatenò. Una fitta nebbia avvolse il re, tanto da farlo sparire alla vista degli astanti, tra l’altro dispersi per ripararsi dall’acquazzone. Infatti, Romolo scomparve per davvero e nessuno lo vide più. I senatori seduti accanto a lui, giurarono che il re era asceso al cielo, diventando il dio Quirino. In realtà, lo avevano squartato e le membra nascoste per portarsele nelle loro case, come cimelio. Gli uomini ammutolirono per la perdita del loro padre e guida. Poi, lentamente, prima alcuni e poi tutti in coro, cominciarono a osannare Romolo come loro padre, figlio degli dei e Padre di Roma, implorando la sua protezione, anche se i Senatori più vicini furono sospettati di averlo fatto a pezzi e nascoste le frattaglie. Il giorno dopo, di fronte a una folla stupita e minacciosa, Giulio Proculo, un buontempone originario di Alba Longa, pensò di riportare la calma tra il popolo, con un discorso. Era il più antico esponente della famiglia Iulia, antenato di Giulio Cesare.

“Stamattina, o Quiriti, alle prime luci dell’alba, Romolo, il fondatore di questa città è sceso dal cielo e mi è apparso all’improvviso. Mentre tra un misto di paura, confusione e rispetto, lo pregavo di concedermi di guardarlo in faccia, mi ha detto di annunciare ai romani che la volontà degli dei celesti è che la sua Roma diventi la capitale del mondo. Mea Roma caput orbis terrarum sit. Imparino perfettamente l’arte della guerra e la tramandino ai posteri, perché nessuna potenza terrena possa essere in grado di resistere alle armi Romane.” Volendo essere onorato con il nome di Quirino, i romani gli dedicarono un tempio sul colle, poi chiamato Quirinale, dove piantarono due mirti sacri a Venere, madre di Enea, chiamati Patrizio e Plebeo, rappresentando i nobili e la gente comune.

Come il popolo Romano abbia bevuto quelle idiozie è difficile da credere, ma nella suggestione del momento, il popolo pensò che Romolo non fosse morto, bensì asceso al cielo tra i suoi pari. La storiella placò il popolo, perché erano quelle le parole che avrebbero voluto ascoltare. Romolo era un dio, il dio Quirino e Roma, sarà la capitale del mondo. In realtà, con gli anni Romolo aveva perso il suo buonismo, passando al dispotismo. Incurante delle richieste del popolo, scatenò il suo assassinio, anche se fu descritto come un’ascesa al cielo tra i suoi pari, degna del fondatore della più grande civiltà umana.

Romolo morì a cinquantacinque anni, governando per trentasette. La Casa Romuli, l’abitazione in cui il primo re di Roma risiedette, era una capanna, un po’ più grande delle altre, posta verso l’angolo sud ovest del colle Palatino. Sino alla costruzione delle mura serviane, la difesa dell’Urbe, dalle popolazioni multietniche che popolavano il Lazio, anche se provvisti di irte palizzate di legno, fossati e terrapieni, era affidata ai soli uomini, i quali adempivano al compito con archi, lance e pietre.

Sul Palatino sono stati ritrovati grossi fori che alloggiavano i pali portanti del tetto delle capanne rettangolari e fori più piccoli per la copertura. Accanto al foro centrale, ci sono le tracce di un focolare, datato VIII secolo a.C.. Recentemente sono stati ritrovati i resti della residenza di Romolo, costituita in una grande capanna. Accanto alle fondamenta dello scomparso Arco di Augusto, sono state ritrovate anche alcune tombe preistoriche e vasi privi di decorazioni, del I millennio a.C., dell’Età del Bronzo. Gli antichi abitanti della zona inumavano i defunti, caratteristica delle società matriarcali, mentre in epoche susseguenti erano inceneriti, sinonimo di civiltà patriarcali. Il primo agglomerato della zona si trovava sull’Isola Tiberina, scelto per la sicurezza che il luogo proponeva, poiché raggiungibile solo a nuoto. Il colle Palatino fu abitato già nel X secolo a.C., prima della fondazione di Roma, mentre lungo le rive del Tevere esistevano molti villaggi, costruiti tra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro.

La prima forma di difesa di Roma fu rappresentata da un terrapieno e dall’unione delle difese individuali dei colli, attribuita a Servio Tullio, nella metà del VI secolo a.C.. Le mura serviane costruite sotto i Tarquini, protessero Roma per centocinquanta anni, fino all’invasione dei Galli, nel 390 a.C.. Poi, in venticinque anni, si costruì la cinta muraria che costituì il principale baluardo difensivo per sette secoli, anche se con il tempo perse gradualmente importanza, per la grandezza militare che Roma aveva assunto. Le ultime mura si estendevano per undici chilometri e includevano 426 ettari. In alcuni tratti le mura erano protette anche da fossati larghi trenta metri e profondi nove, con terrapieni adiacenti alti dieci e larghi quattro, mentre il Campidoglio era protetto da una fortificazione propria.

Roma si formò dalla fusione di genti di origine diversa, da un crogiolo di razze, realizzando la prima grande metropoli dell’umanità che per numero di abitanti fu uguagliata solo agli inizi del XIX secolo, da Londra. La città si estendeva lungo la sponda sinistra del Tevere, su sette colli. Palatino, Campidoglio, Celio, Aventino, Viminale, Quirinale, Esquilino. Roma ha aperto la via alle seguenti civiltà, nella cultura, nella lingua, nell’arte, nella letteratura, nella filosofia, nella religione, nel diritto, nell’architettura, nell’ingegneria, nei costumi. In tutto. Ci sono molte ipotesi sulla nascita del nome che il villaggio assunse. Vogliamo credere, romanticamente che il nome derivi da Romolo, fondatore della città, anche se l’ennesima leggenda dice che fu Romolo a prendere il nome dalla città e non viceversa e può essere accaduto che i vari nuclei abitativi indipendenti, già esistenti sul Palatino, siano stati unificati da Romolo, in un’unica entità.  





Romolo


Lo stesso sol che or sfolgaremte appare

dir potrebbe che ancor pria splendea,

dell’amor cieco per la sua culla in erba,

d’un che con la vita altrui giocar solea.

 

E anche la luna che tacita e guardinga,

or riflette le malizie dei discendenti alteri,

nunzia riportar le verità dei superbi avi,

potrebbe che sin al fin battagliaron fieri.

 

Lambir non possiam quei mitici guerrieri,

sagaci apportarono tutti gli utopici valori

e le storie che al dire non reggon confronto,

l’umanità sconcerta ancor stima gli albori.

 

Mai più grande frutto portò con l’inganno,

con acume fronte alla smisurata missione,

mai si tirò indietro dal suo robusto affanno,

bellicoso e saccente vinse come un istrione. 


Or dov’è il retaggio del suo far remoto?

Il suo fiorire da rozzi barbari è taciuto, 

or il suo superbo grido ai più è ignoto,

tutto è lontano ma non tutto è perduto.



Testo tratto dal libro sull'Impero Romano:"Voci dall'Antica Roma"



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sábado, 1 de julio de 2023

Romolo Il Visionario I

 


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       XCVII Exposición Individual de Fotografías:             "Caribe:Ultima Parada" del 8 al 23 de Julio,                    en la Galeria de Arte, MAXART.







Romolo Il Visionario


Quegli esseri che abitavano alcune sparute capanne, costruite con il fango, nel mezzo della penisola, tra le anse armoniose di un fiume chiamato già dalle orde limitrofe, Tiber, vivevano pescando nelle sue acque e cacciando nei boschi circostanti, usando oggetti costruiti con sassi scalfiti e ossa di animali. Vivevano in maniera inumana, lavorando duramente la terra per ricavarne cipolle, legumi e formaggi dal bestiame allevato. Cuocevano una sorta di focaccia che ammorbidivano nel latte, facendone l’alimento più economico e diffuso. Si suppone fosse il 21 Aprile del 753 a.C., quando uno di loro scavò quel solco primordiale, sul colle Palatino, per costruirci un villaggio, dopo aver sgozzato il fratello gemello che aveva osato scavalcare tale solco. Il suo nome era Romolo. 

Romolo, Romulusnacque ad Alba Longa il 24 marzo del 771 a.C. e morì a Roma il 5 Luglio del 716 a.C., quindi Romolo, il 21 Aprile del 753 a.C., aveva 18 anni. Di origini divine, suo padre fu il dio Marte e sua madre Rea Silvia, figlia di Numitorere di Alba Longa. La sua consorte fu Ersilia, mentre i suoi figli furono Prima e Avila. Fu Marco Terenzio Varrone a decretare la fatidica data della fondazione di Roma, mentre Plutarco racconta che fu Lucio Taruzio, matematico, astrologo e amico di Marco Terenzio Varrone, a calcolare il giorno in cui i due gemelli nacquero.

Con un aratro di bronzo, trainato da un bue e una vacca, Romolo tracciò un solco che delineava i perimetri del suo insediamento che avrebbe chiamato Roma. Quello era il limite invalicabile. Affinché la nascente cittadina potesse prosperare, dall’Etruria furono convocati dei sapienti, i quali fecero celebrare dei riti religiosi, scavando al centro del perimetro una fossa e infilzandoci primizie d’ogni sorta, per simulare la vita. Poi, la fossa fu ricoperta di terra. Remo, invidioso, criticò le mura da poco alzate, dichiarandole insufficienti alla difesa. Per dimostrarlo, con un sol balzo le superò e il capo mastro, secondo di Romolo, per l’ordine ricevuto, di sistemare chiunque avesse osato oltrepassarle, con un colpo ben assestato sulla capoccia, lo stese al tappeto. Quando Romolo arrivò sulla scena del delitto non poté far altro che constatare il decesso del fratello, aggiungendo: “Sic deinde quicumpue alius transiliet moenia mea.” Cosi morirà chiunque tenterà di scavalcarlo.

In onore del gemello, Romolo indisse i Lemuria, celebrazioni per placare l’anima dei defunti e tenne al suo fianco, per tutta la vita il suo busto, uguale al suo. Poi, si circondò di una guardia speciale di dodici uomini, come gli avvoltoi avvistati, chiamati littori. Erano gli uomini più corpulenti che aveva, i quali armati di fasci, camminavano davanti al re, per incutere timore e rispetto. Dall’evoluta Etruria, copiò il trono e la toga reale.

Romolo fu capo politico, religioso e militare, annettendo a Roma nuovi territori conquistati. Dall’Etrusca Veio, alla Latina Fidene. Come capo religioso controllò le festività e gli dei da onorare. Fu chiamato Romolo Quirino, perché assimilato al dio sabino, Quirino. Scelse cento Patres tra i personaggi più eminenti e i loro discendenti furono chiamati patrizi. Roma fu divisa in due classi, i patrizi e i plebei, in base alle origini nobili delle persone e non in base alla ricchezza. I plebei non avevano diritti politici e l’unico modo per tutelarsi era diventare cliente di un patrizio, fornendogli servizi in cambio di sussistenza e protezione. I patrizi erano in minor numero, ma governavano tramite i senatori che  erano scelti tra di loro.

I romani, sin dal principio, si distinsero tra loro per la Gens, formata da un gruppo di famiglie, ognuna delle quali aveva un patriarca, pater familias. Ogni gens si autogovernava e ogni membro aveva gli stessi diritti e responsabilità degli altri membri. Il Senato, prima chiamato Grande Assemblea, aveva il compito di corroborare l’attività legislativa e tra l’altro nominare il futuro reggente, alla morte del precedente. Il termine senex, senato, voleva dire padri o anziani, poiché all’inizio era formato dai più anziani. Romolo inculcò la disciplina nell’esercito e nelle famiglie, sanzionando anche i casi di violenza tra le mura domestiche.  

Romolo fece spargere la voce che avrebbe accolto chiunque avesse voluto vivere nella sua comunità. Così, giunsero altri reietti della società che dimostrarono buona volontà, impegnandosi a costruirsi un rifugio e una vita migliore. Vagabondi, pastori, manovali, esuli, gente d’ogni risma, ma anche uomini volenterosi e ambiziosi, seguirono Romolo nel progetto di sviluppo del borgo, spingendolo a creare un ordinamento giuridico, per governarli nella giusta maniera, essendo anche uomini rudi e violenti.

Roma stava crescendo e si stava consolidando, ma dopo un inizio soddisfacente, il suo disegno non decollava. Per sviluppare il villaggio, per moltiplicare i sudditi, mancavano le donne. A tanta asperità, mancava la prelibatezza, la delizia, la scintilla della vita. Per invogliare le donne a trasferirsi a Roma e sposare i suoi uomini, Romolo aveva tentato delle alleanze, inviando degli ambasciatori nelle città limitrofe. I loro persuasivi discorsi, incappavano nell’indifferenza altrui. “La fondazione di Roma è stata propiziata dagli dei, quindi l’aspetta un futuro luminoso, scritto dai celesti abitanti dell’Olimpo, per cui nessuno disdegni di mescolare il proprio sangue con quello dei romani.” Ma i delegati, ovunque si recavano, erano cacciati a malo modo, stigmatizzati come pecorai e zoticoni. Alcuni commentavano che avrebbero potuto attingere le loro donne adatte al loro proposito dai bordelli, anche se gli abitanti dei paesi limitrofi, fondamentalmente temevano la nascita di una nuova forza militare ai loro confini. I romani non presero bene quegli insulti e avrebbero voluto arrivare alle mani, ma i più propesero per la calma e l’astuzia.

La fama di semidio di Romolo, era stata calpestata dal fratricidio e nessuno voleva diventare un parente di emarginati. Nessuna donna dei villaggi vicini voleva unirsi a uomini selvaggi e rozzi, mentre Romolo aveva sognato di governare una grande città, ma una stirpe senza donne non poteva proliferare, ritrovandosi a gestire solo un pugno di pastori. Bisognava escogitare uno stratagemma e poiché la necessità acuisce l’ingegno, a Romolo gli balenò l’idea giusta. Impegnando molte risorse, Romolo indisse dei giochi, i Consualia, per celebrare il dio dei raccolti Conso, invitando nel suo territorio i popoli vicini, i quali arrivarono in massa, per la voglia di festeggiare e per la curiosità di vedere a che punto era la nascente città.

Accorsero i Ceninensi, popolo ubicato sulla sponda sinistra del fiume Aniene, dieci chilometri prima del suo sfociare nel Tevere, con il loro re Acrone, figlio di Ercole, generato al suo passaggio nel Lazio. Romolo si recava spesso nel territorio di questo popolo amico, per offrire sacrifici nei templi. Gente d’origine sabina, la cui capitale era Caenina, città oggi scomparsa, nella zona dell’odierno quartiere di Colli Aniene a Roma. Questo popolo fu assorbito quando Romolo sfidò e uccise il loro capo, nel 751 a.C.. Il Senato deliberò che gli abitanti delle città di Antemnae e Caenina, si trasferissero a Roma e il loro territorio inglobato.

Arrivarono i Crustumini, di stirpe latina, situati nell’odierna Settebagni. Oltre il loro territorio si trovavano i Veienti. La loro capitale era Crustumerium, posta a nord di Fidenae e a ovest della città sabina, Corniculum. Poi, molti Crustumini, soprattutto genitori e parenti delle donne rapite, si stabilirono a Roma, dopo che Romolo li sconfisse. Crustumerium fu occupata e nei loro territori furono inviati coloni romani che andarono a occupare i terreni fertili.

Dalla confluenza dell’Aniene con il Tevere, arrivarono gli Antemnati, origine sabina. La loro capitale Antemnae, poi occupata dai romani, si trovava nei pressi dell’odierno monte Antenne. Fu una tra le città che in seguito appoggiarono Porsenna e Tarquinio il Superbo, nel tentativo di riprendersi Roma. Dopo l’annessione a Roma, Antemnae prosperò fino alla fine dell’impero.

Arrivarono in massa anche i Sabini, popolo evoluto sopra ogni altro per la giustizia, l’onestà, l’amore per la patria, la frugalità e il pudore, al punto che a Roma, in seguito, era frequente fingersi sabini per ottenere stima e consensi. Discendevano dagli Spartani, popolo di guerrieri, tanto poderosi che i loro villaggi erano privi di mura di difesa. I Sabini furono una delle più antiche razze d’Italia. La Sabina Tiberina era più ricca ed evoluta, con guerrieri ornati di bracciali e anelli d’oro, mentre la Sabina montuosa di Rieti, Norcai e Amiternum, era più povera, basata sulla pastorizia. Accolti con cortesia, i popoli vicini si resero conto della crescita della città, difesa da mura e costituita con solide abitazioni. Per dare inizio al rapimento, si era stabilito un gesto convenzionale. Romolo si sarebbe dovuto alzare, togliersi il mantello, ripiegarlo e indossarlo di nuovo. I romani, molti dei quali armati di spada, avevano gli occhi fissi su di lui, nell’attesa del segnale stabilito, avendo già adocchiato le loro prede. Al culmine dei festeggiamenti, tra baldorie e schiamazzi, si scatenò il putiferio. Come filmini, i romani rapirono le donne più giovani e si rintanarono nei loro tuguri, con il frutto proibito. Le più belle, destinate ai personaggi più autorevoli, furono condotte nelle loro case dagli uomini più forzuti. Il ratto era riuscito, tra le grida e il dimenarsi delle giovani e forti pulzelle. Alla fine se ne contarono 683.

I familiari delle ragazze, arrivati a Roma disarmati, fuggirono nei loro territori sbigottiti e maledicendo i romani per non aver rispettato i sacri vincoli dell’ospitalità, invocando gli dei, per una meritata punizione. Una ragazza bellissima fu rapita dal servo di tal Talassio, amico di Romolo. Nella fuga, alcuni chiesero al rapinatore chi fosse il fortunato a cui avrebbe consegnato tale bellezza ed egli rispose: “A Talassio, a Talassio.” Il grido fu ripetuto tante volte, da non permettere a nessuno, conoscendo l’importanza di Talassio, di toglierli la preda, portando a compimento l’impresa. Dall’aneddoto, a Roma sorse la consuetudine di prendere in braccio la sposa, all’oltrepassare l’uscio di casa per la prima volta, dopo il matrimonio e gridare: “A Talassio.”   

Quegli uomini dai modi grossolani, avevano le migliori intenzioni verso le donne. Volevano sposarle e formare una famiglia, seguendo la nobile usanza greca. Ma le ragazze si disperavano, disconoscendo la loro sorte. Romolo le radunò e le tranquillizzò, spiegando le ragioni di tale ratto, imponendo ai rapitori delle regole ferree di rispetto nei loro confronti. Le avrebbero sposate sole se consenzienti e condiviso con loro la patria, gli averi e la prole. E così fu. Le donne furono trattate con premura e passione, tanto da conquistarne anche il loro cuore.

Tra le donne rapite, vi era una nobile chiamata Ersilia, non più tanto giovane, la quale acconsentì a sposare Romolo, diventando regina e riferimento per le smarrite fanciulle Sabine, lontane dalla propria famiglia. Le Sabine avevano costumi liberi ed Ersilia dettò ai Romani le condizioni che riguardavano il rispetto. Non avrebbero mai dovuto lavorare per loro, salvo che per filare la lana. Per strada gli uomini avrebbero dovuto cedere loro il passo. Nulla di sconveniente doveva essere riferito a loro o in loro presenza. Nessun uomo poteva mostrarsi nudo al loro cospetto e i loro figli dovevano vestire una veste speciale e un ciondolo d’oro, rendendoli sacri e inviolabili. I romani, vogliosi di crearsi una famiglia, avrebbero accettato qualsiasi regola senza reticenze e i matrimoni si celebrarono in un clima di relativa tranquillità e mai violenza fu praticata sulle donzelle.

Quasi tutte, poco alla volta, si abituavano alla convivenza con quei rozzi pastori, mentre i familiari, nei loro villaggi, rimuginavano la vendetta. I Sabini, il popolo più danneggiato dal ratto, temporeggiavano, mentre gli altri popoli volevano portare subito battaglia e una lezione ai romani. Così, senza organizzazione e tattica preventiva, i Ceninensi per primi, si scagliarono sguaiatamente contro i romani. Romolo schierò un esercito compatto e ben addestrato e in una sola battaglia sbaragliò l’avversario e il loro re, Acrone, fu ucciso in duello da Romolo. Poi, si diresse contro Caenina, la loro città che cadde al primo assalto. Il corpo del re fu condotto a Roma, esposto tra il tripudio della folla e con il bottino di guerra fu costruito un tempio a Giove Feretrio e da quel momento, gli furono offerte le spoglie dei nemici. Io, Romolo, ti offro le armi di un re e consacro il tuo tempio. Questo luogo accoglierà i corpi dei comandanti nemici ammazzati in guerra e i miei successori ripeteranno il mio gesto.” Questa l’origine del primo tempio di Roma. Il gesto di Romolo fu ripetuto solo due volte, nella storia di Roma. Gli abitanti di Caenina furono traferiti a Roma e conferiti della cittadinanza romana. 

Poi fu la volta degli Antemnati, i quali, giunti nel territorio romano, razziarono tutto quello che trovavano. Dato l’allarme, i romani uscirono allo scoperto e affrontarono gli avversari, la cui resistenza durò meno dei precedenti e la loro città fu conquistata. Forte delle sue due prime vittorie, Romolo attaccò anche i Crustumini, annientandoli. Nei territori sottomessi furono inviati dei coloni romani e i familiari delle donne rapite, andarono a vivere a Roma. Poi sarebbe toccato ai Sabini, i più difficili da sconfiggere. Era il 747 a.C. e il loro re, Tito Tazio, senza fretta, studiava nei particolari la maniera per attaccare i romani.

Un giorno capitò tra le grinfie dei sabini, una Vestale, la quale si era spinta fuori Roma, per attingere dell’acqua dalle sorgenti. La Vestale in questione si chiamava Tarpeia, figlia di Spuro Tarpeio, custode della rocca del Campidoglio. Tito Tazio si mostrò gentile, mostrandogli gli ornamenti lussuosi che i Sabini portavano e facendole molte promesse per farla cadere in un tranello. I Romani non possedevano gioielli e la giovanetta allettata da tanto sfarzo, la notte successiva, in cambio di tanti gioielli, avrebbe rubato le chiavi a suo padre e aperto le porte della città. Quando aprì le porte all’invasore, la traditrice fu scaraventata a terra e schiacciata da tutti i soldati che entravano, provocandole la morte. La Vestale fu sepolta presso la rupe Tarpea, ancor oggi esistente, considerato luogo di punizione dei traditori. Dalla cima della rupe venivamo gettati coloro che mentivano, tradivano la patria o rifiutavano di testimoniare duranti i processi.

L’occupazione della rocca del Capidoglio, portò i due eserciti a scontrarsi nella piccola piana acquitrinosa sottostante, li dove sarebbe sorto il Foro. I comandanti delle due fazioni, Merzio Curzio, dalla parte sabina e Ostio Ostilio, dalla parte dei romani, mantennero per una notte e un giorno le posizioni. Poi, stanco d’attendere, Ostilio attaccò, anche se in palese svantaggio. Colpito da una bastonata cadde a terra e ucciso da una lancia nemica. Demoralizzati i romani fuggirono in ritirata sul Palatino, quando Romolo disse: “Giove, è per tuo volere che ho gettato le fondamenta di Roma, qui sul Palatino. Ma la roccaforte è in mano ai Sabini che l’hanno conquistata a tradimento. Da lassù, attraverso la vallata, avanzano verso di noi. Ci uccideranno e Roma sarà distrutta. Tu padre degli dei e degli uomini fa che possiamo respingerli. Libera i romani dalla paura e frena questa vergognosa ritirata. Prometto che costruirò un tempio per ricordare ai posteri che è stato con il tuo aiuto divino che abbiamo salvato la città.” Poi, ordinò ai Romani di tornare a combattere e loro ubbidirono. Intanto Mezio Curzio, giunto sino alle pendici del Palatino gridò: “Li abbiamo sconfitti, ospiti ingannatori e soldati vigliacchi. Ora avete capito la differenza tra rapire donne inermi e combattere contro veri uomini.” Romolo alla testa della sua schiera, si buttò contro Curzio che combatteva a cavallo, sino a metterlo in fuga. Le righe Sabine furono sparpagliate dalla foga dei soldati romani, i quali stavano combattendo con rinnovata vigoria e Merzio fu sbattuto nella vicina palude dal suo stesso cavallo imbizzarrito. I suoi uomini timorosi di perdere il comandante, lasciarono il campo di battaglia e si recarono a liberarlo dalla palude. Poi, ripresero a combattere, ma la situazione si era ribaltata.

Dopo tre anni di scaramucce, le sorti del confronto non erano ancora definite. Il conflitto sarebbe andato avanti all’infinito, se la regina Ersilia non avesse avuto un’idea. Riunite le donne vestite a lutto, irruppero sul campo di battaglia, con i pargoletti concepiti dai romani, implorando di fermarsi. “Se i matrimoni che abbiamo stipulato con i romani non sono a voi graditi, rivolgete la vostra ira contro di noi che siamo la causa della guerra. Meglio morire piuttosto che vivere da orfane o vedove.” Tra gli uomini in combutta cadde un improvviso silenzio. Commossi dal coraggio delle loro donne, decisero di smetterla. I comandanti si riunirono e nel trattare la pace, concordarono addirittura la fusione dei due popoli, con a capo i due sovrani. La inaspettata pace salvò i due eserciti da una lenta e generale morte.




Testo tratto dal libro sull'Impero Romano:"Voci dall'Antica Roma"




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