domingo, 1 de mayo de 2022

Atabales o palos

 

      LXXXIII Exposición Individual de Fotografías:                   "Flores XIII" del 6 al 21 de Mayo,                            en la Galeria de Arte, MAXART.





Atabales o palos

Atabales o palos, es una manifestación folclórica de música afroamericana que utiliza tambores largos idiófonos y el canto. La música se toca con dos o tres palos, acompañados de güiras y tal vez de maracas y panderos. Los paleros cantan también versos de una canción y el público hace coro, enseñándonos las raíces africanas, ya que estas costumbres llegaron a América por medio de los esclavos. Los españoles queriendo imponerle su cultura y costumbres, les suministraron imágenes de santos católicos. Los africanos tomaron las imágenes, pero le dieron los atributos de sus espíritus. Los grupos o cofradías de palos, en un principio estaban compuestos por hombres, pero, con el tiempo, las mujeres empezaron a tomar roles importantes. 

 
































































































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viernes, 1 de abril de 2022

Flying Fox

 

       LXXXII Exposición Individual de Fotografías:                     "Flores XII" del 8 al 23 de Abril,                             en la Galeria de Arte, MAXART.




Lì, dove Cristoforo Colombo, 530 anni or sono approdò con la sua caravella, ormeggiandola a un albero ancora esistente, ma fossilizzato, pochi metri più in là, a Santo Domingo, in quello stesso fiume chiamato Rio Ozama, la sera del 21 marzo 2022, ha attraccato un’imbarcazione dal valore di mezzo miliardo di dollari. Il Flaying Fox. Lungo 136 metri, per navigare abbisogna di 50 membri d’equipaggio.  



















































































































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martes, 1 de marzo de 2022

Carnaval de Santo Domingo 2022

 


      LXXXI Exposición Individual de Fotografías:                     "Niños II" del 4 al 19 de Marzo,                               en la Galeria de Arte, MAXART.




















































































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martes, 1 de febrero de 2022

Guaraguao

 

    LXXX Exposición Individual de Fotografías:                "Cuestión de Detalles III" del 4 al 19                 de Febrero, en la Galeria de Arte, MAXART. 






























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sábado, 1 de enero de 2022

Carmine Crocco IV

 


       LXXIX Exposición Individual de Fotografías:         "Paisajes Internos Dominicanos II" del 7 al 22            de Enero, en la Galeria de Arte, MAXART. 




Vita del brigante lucano Carmine Crocco 

Quarta e Ultima Parte


Il 14 settembre 1863, a Rionero, Giuseppe Caruso, fino a quel momento uno dei migliori aiutanti di Carmine Crocco, lasciò la banda e rivelò informazioni sull’organizzazione al generale Emilio Pallavicini, il quale fece arrestare tutti i parenti dei briganti menzionati da Caruso, ordinò la sorveglianza delle case sospette e fece travestire gruppi di soldati da briganti. Per queste misure, il numero di scontri a fuoco favorevoli al regio esercito aumentò e i briganti catturati, invece di essere giudicati da un tribunale militare, erano freddati sul posto. Anche i notabili che avevano fatto promesse d’aiuto a Crocco, intuendo la fine prossima della sua associazione, presero le distanze per opportunistici sentimenti liberali. Con i suoi pochi seguaci, Crocco fu accerchiato dai Cavalleggeri di Monferrato e di Lucca e costretto a dividere la sua banda, in gruppi ancora più piccoli, nei boschi di Venosa e Ripacandida. Li trascorse i mesi invernali, ritornando alla ribalta nel successivo aprile, alla guida di soli 15 uomini. Il 25 luglio 1864, le truppe di Pallavicini lo sorpresero sull’Ofanto, decimando il suo drappello, riconoscendogli le grandi qualità militari e di guerriglia.

Crocco riuscì a scappare, tallonato dai regi bersaglieri. Evitando i centri abitati e attraversando monti e foreste, giunse con alcuni suoi uomini nello Stato Pontificio, il 24 agosto 1864, sperando di poter incontrare a Roma, Poi IX, il quale aveva sostenuto la causa legittimista. Ma, Carmine fu catturato il giorno seguente a Veroli, dalla gendarmeria del papa e incarcerato a Roma. Gli eventi suscitarono in lui una profonda delusione, anche perché oltre all’arresto gli fu confiscata una cospicua somma di denaro. Il 25 aprile 1867, a Civitavecchia, Crocco fu imbarcato su un vapore delle Messaggerie Imperiali Francesi, per Marsiglia. Giunto nei pressi di Genova, il governo italiano intercettò il vascello catturando Crocco, ma Napoleone III ne reclamò il rilascio, sostenendo che non avessero il diritto d’arresto su una nave di un altro Stato. Dopo un breve periodo di detenzione a Parigi, Crocco fu rispedito nello Stato Pontificio, a Paliano e con la presa di Roma, da parte dei Sabaudi, del 1870, passò nelle mani dello Stato italiano, traferito prima ad Avellino e poi a Potenza.

Per la fama raggiunta, durante i passaggi da una prigione all’altra, numerose persone accorrevano per vederlo. Durante il processo tenuto presso la Corte Criminale di Potenza, al brigante furono imputati 67 omicidi, 7 tentati omicidi, 4 attentati all’ordine pubblico, 5 ribellioni, 20 estorsioni, 15 incendi di case, con un danno di oltre 1.200.000 lire. Dopo 3 mesi di dibattimento, l’11 settembre 1872, la Corte di Assise di Potenza, deliberò la condanna a morte, con le accuse di omicidio volontario, formazione di banda armata, rapina, sequestro di persona e ribellione contro la forza pubblica. Poi, con decreto reale del 13 settembre 1874, la pena fu misteriosamente commutata in lavori forzati a vita. Altri briganti con capi d’imputazione simili furono giustiziati. Le ragioni furono a sfondo politico e lo Stato italiano subì il volere francese. Crocco durante l’interrogatorio, sostenne che le autorità papali non poterono liberarlo, poiché sarebbero state accusate dal Governo italiano di favoritismo verso i briganti. Dopo la sentenza, il brigante fu trasportato nel carcere di Santo Stefano e poi in quello di Portoferraio, in provincia di Livorno, dove passò il resto dei suoi giorni. Durante la vita da carcerato, Crocco si mantenne calmo e disciplinato. Rispettato dagli altri detenuti per l’autorità del suo nome, non si unì mai alle proteste e baruffe degli altri carcerati, prestando soccorso ai necessitati. 

Nel carcere di Santo Stefano, fu visitato per dieci mesi dal criminologo Pasquale Penta. Nonostante il direttore del presidio lo definiva pericolosissimo e da tenere sotto stretta osservazione, Penta non riscontrò in lui tali necessità.

“Capace di grandi reati, ma anche di generosità, di sentimenti nobili, di belle azioni, la causa della sua carriera criminale è il germe della pazzia materna. Nella sua attività criminale fu autore di mille delitti, saccheggi di città, incendi, omicidi, ricatti, estorsioni, ma, allo stesso tempo cercò di tenere a bada i suoi bestiali subalterni e trattò a tu per tu con i generali italiani. Imponeva che fossero rispettate le donne oneste, maritate e zitelle, che non si facesse del male oltre il necessario e non si eccedesse nella vendetta, per compiere la quale era inesorabile. A molte ragazze che non avevano come maritarsi, regalò denaro e ai poveri contadini comprò armenti ed utensili di lavoro.”

Vincenzo Nitti, figlio del medico massacrato a Venosa, militare della Guardia Nazionale e testimone oculare dei fatti, lo considerò un ladro per indole, ma anche un brigante non comune, per astuzia, ardire e per generosità brigantesca. Nel 1902, a Portoferraio, giunsero gli studenti di medicina legale dell’Università di Siena, del professore Salvatore Ottolenghi, per intervistare i condannati, a scopo scientifico. Ottolenghi ebbe un colloquio con Crocco, considerato il vero rappresentante del brigantaggio dei tempi celebri, definendolo il Napoleone dei briganti. L’intervista fu pubblicata l’anno successivo da Romolo Ribolla, studente di Ottolenghi, nell’opera, Voci dall’ergastolo. Durante la conversazione l’ex brigante, ormai vecchio, con problemi fisici e dichiaratosi pentito del suo passato, raccontò la sua vita, lasciandosi andare anche al pianto. Elogiò Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II, per avergli concesso la grazia, anche se negli scritti autobiografici, il ringraziamento non era per aver avuto salva la vita, ma per aver preservato i suoi familiari dall’obbrobrio di sentirsi dire che fossero parenti dell’impiccato. Dichiarò d’essere rimasto scosso dall’assassinio del re Umberto I, ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci. Il suo desiderio era morire nel paese natio, ma Crocco si spense nel carcere di Portoferraio, il 18 giugno 1905, all’età di 75 anni, di cui gli ultimi 29 passati in detenzione.

Carmine, dotato di un fisico robusto e un’intelligenza fuori dal comune, era alto un metro e settantacinque centimetri. Fu legato a una donna chiamata Olimpia. In seguito ebbe una relazione con Maria Giovanna Tito, conosciuta quando si aggregò alla banda, mettendo fine alla relazione con Olimpia. Poi, la Tito fu lasciata, poiché Carmine s’invaghì della vivandiera di Agostino Sacchitiello, di Sant’Agata di Puglia, luogotenente di Crocco. Nonostante la fine della loro relazione, Giovanna continuò a servirlo fedelmente, fino a quando nel 1864, fu arrestata. Carmine ebbe una relazione anche con Filomena Pennacchio, poi compagna del suo aiutante Giuseppe Schiavone.

Durante la detenzione, Carmine Crocco iniziò la stesura delle sue memorie, realizzata in tre manoscritti, ma il terzo fu smarrito dal professor Penta. Elaborato con l’ausilio del capitano Eugenio Massa, fu pubblicato, includendo l’interrogatorio di Caruso, nell’opera, Gli ultimi briganti della Basilicata: Carmine Donatelli Crocco e Giuseppe Caruso, 1905. Le sue memorie sono ancora oggetto di dibattito. Secondo Pedio Tommaso, alcuni episodi non erano fedeli. Benedetto Croce disse che le memorie fossero bugiarde. Basilide Del Zio considerò veri gli scritti, per la descrizione esatta di persone, luoghi, paesi, campagne, anche se Crocco mentì in molti punti, occultando molte sue brutalità. Indro Montanelli disse che si trattava di un componimento viziato dall’enfasi e dalle reticenze, ma descrittivamente efficace e sincero sulla vita dei briganti. L’opera fu pubblicata più volte da diversi autori, quali Tommaso Pedio, Manduria, Lacaita, 1963; da Mario Proto, Manduria, Lacaita, 1994; da Valentino Romano, Bari, Mario Adda Editore, 1997. Una versione che non subì alcuna revisione linguistica fu pubblicata dall’antropologo Francesco Cascella, nell’opera, Il brigantaggio: ricerche sociologiche e antropologiche, nel 1907. Benché una parte della storiografia dell’Ottocento e inizi del Novecento lo considerasse un ladro e un assassino, dopo la seconda metà del Novecento fu rivalutato come un eroe popolare, anche se la sua figura rimane controversa.

 




 




 


Alcuni luogotenenti di Carmine Crocco:

Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco, di Avigliano, condannato per aver ucciso un aggressore, evase dandosi alla macchia. Si aggregò a Crocco, diventando uno dei suoi più brillanti luogotenenti. Conosciuto per la sua brutalità, non compì nessun gesto generoso. Fu ucciso dalle guardie nazionali, in una imboscata.

Giuseppe Caruso, detto Zi Beppe, di Atella, guardiano campestre, si diede al brigantaggio, dopo aver ucciso una Guardia Nazionale, nel 1861. Tradì Carmine informando le autorità, decretando la sua fine. Fu ricompensato con la nomina a guardia forestale di Monticchio.

Vincenzo Mastronardi, detto Staccone, di Ferrandina, evase dal carcere per reati comuni, nel 1860. Come Crocco, non ricevette la grazia dopo aver aderito ai moti unitari. Catturato, fu ucciso nel 1861.

Teodoro Gioseffi, detto Caporal Teodoro, di Barile, guardia campestre. Arrestato, fu condannato ai lavori forzati a vita.

Francesco Fasanella, detto Tinna, di San Fele, ex militare borbonico, tornato al suo paese fu schernito per averli serviti, soprattutto da Felice Priora, un tenente della guardia nazionale. Un giorno Priora gli diede uno schiaffo, Tinna lo spinse per terra e fuggì nei boschi. La moglie, incinta di sette mesi, fu fucilata per ordine di Priora. Tinna ammazzò il tenente, unendosi a Crocco. Si costituì nel 1863. Condannato a vent’anni di reclusione, fu rilasciato nel 1884, tornando nel paese natio.

Giuseppe Schiavone, detto Sparviero, di Sant'Agata di Puglia, sergente borbonico, s’unì ai briganti di Crocco per non prestare giuramento all’esercito italiano. Tra quelli meno efferati, fu condannato a morte tramite fucilazione.

Donato Antonio Fortuna, detto Tortora, di Ripacandida, mandriano, ex militare borbonico, si dette alla macchia dopo aver rifiutato di arruolarsi nell’esercito dei Savoia. Ereditò da Crocco, la banda del brigante Di Biase, dopo la sua morte. Costituitosi a Rionero, fu condannato nel 1864, ai lavori forzati a vita.

Giovanni Fortunato, detto Coppa, di San Fele, da Crocco definito il più feroce, temuto dai suoi stessi commilitoni. Non provava pietà nemmeno verso le persone a lui più vicine, infatti uccise suo fratello perché aveva saccheggiato una masseria, senza il suo consenso. Figlio illegittimo di un barone e di una popolana, crebbe nella famiglia di Crocco, il quale era molto legato a lui. Arruolatosi nell’esercito borbonico e ritornato a San Fele, dopo la caduta del regno delle Due Sicilie, fu insultato e picchiato da alcuni compaesani, unendosi alla banda del suo amico. Fu assassinato nel giugno 1863, forse da Donato Tortora Fortuna, per riparare alla violenza carnale nei confronti della sua donna, Emanuela, dopo aver ricevuto il permesso da Ninco Nanco. In un’intervista del 1887, Francesco Tinna Fasanella s’accusò dell’omicidio, poiché diceva che Fortunato voleva ogni giorno qualcuno da uccidere.

Pasquale Cavalcante, di Corleto Perticara, ex soldato borbonico, tornato nel suo paese natale fu umiliato. Poi, una guardia nazionale, durante un diverbio con la madre, la picchiò e le ruppe una costola. Cavalcante vendicò sua madre uccidendo l’aggressore. Unendosi all’armata di Crocco, fu uno dei comandanti della cavalleria. Catturato dopo la soffiata di Gennaro Aldinio, fu condannato a morte a Potenza, il primo agosto del 1863. Prima di essere giustiziato disse: “Merito la morte perché sono stato assai crudele, contro parecchi che mi caddero tra le mani. Ma merito anche pietà e perdono perché contro mia indole, mi hanno spinto al delitto. Ero sergente di Francesco II e tornato a casa come sbandato, mi si tolse il bonetto, mi si lacerò l’uniforme, mi si sputò sul viso e poi non mi si diede più un momento di pace, perché facendomi soffrire sempre ingiurie e maltrattamenti, si cercò pure di disonorarmi una sorella. Accecato dalla rabbia e dalla vergogna, non vidi altra via di vendetta che quella dei boschi e così, per colpa di pochi, divenni feroce e crudele contro tutti. Io sarei vissuto onesto, se mi avessero lasciato in pace. Ora muoio rassegnato e Dio vi liberi dalla mia sventura.”

Vito di Gianni, detto Totaro, di San Fele, ex gendarme borbonico, fu tra gli ultimi luogotenenti a essere consegnato alla giustizia, decretando la fine dell’egemonia di Crocco. Fu arrestato nel febbraio 1865, convinto alla resa da Giuseppe Lioy, un sacerdote di Venosa, al quale Vito rispose perentorio: “Fummo calpestati. Noi ci vendicammo. Ecco tutto.”



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miércoles, 1 de diciembre de 2021

Carmine Crocco III

 


     LXXVIII Exposición Individual de Fotografías:  

        "In the City" del 11 al 26 de Diciembre, 

               en la Galeria de Arte, MAXART.




Vita del brigante lucano Carmine Crocco 

Terza Parte


Sono il generale di una banda brigantesca, con in testa un cappello piumato, una tunica ingallonata, un morello puro sangue, armato sino ai denti e un esercito di mille e duecento uomini che agiscono a ogni mio cenno. Sul far del giorno, del 10 agosto 1861, mi avvicino verso Ruvo del Monte, situato sul pendio di una collinetta, ombreggiata da fronzuti castagni e da ubertosi vigneti. Incontro villette e grosse masserie. Da lontano spicca una gigantesca torre che sovrasta il diroccato castello feudale, palesando l’antichità del villaggio. Mi fermo a mezzo miglio dalle prime case e scrivo una lettera al Sindaco ed alla Giunta: “Egregio Sig. Sindaco e Signori di Ruvo del Monte, sono qua non per farvi del male, ma per pregare le SS. Ill.me che abbiano la bontà di foraggiarmi 1200 uomini e 175 cavalli, pagando in oro sonante. Poi, proseguirò il mio cammino. Spero che lor nobili signori esaudiranno la mia preghiera e non mi obbligheranno a ricorrere alla forza. Concedo un’ora di tempo per rispondere. Carmine Donatello Crocco.

Dopo mezz’ora ricevo la seguente risposta: “Caro Carminuccio. Non possiamo accettare la richiesta fattaci. Essa non solo ci compromette con il Governo, ma tocca il cuore e il nostro amor proprio e siccome siamo ben forniti di cartucce e vogliamo provare la nostra polvere e il nostro coraggio, aspettiamo che ti faccia avanti con i tuoi pastorelli che ti faremo il piacere di uccidere. Il miglior consiglio che ti possiamo fare è quello che tu vada via, poiché fra poco arriveranno forze da Rionero, da San Fele e Calitri e sarà finita per tè e per i tuoi. Sindaco Blasucci.”

Dopo la lettura della lettera ai miei compagni dissi: “Giovinetti, bisogna vendicare col sangue non solo il rifiuto, ma l’insulto di averci chiamati pastorelli. Chi ha fegato mi segua.”

Disposi quattro centurie sul fronte che avanzarono furibonde sul paese, accolto da un fuoco di moschetteria ben nutrito, ma, poco diretto, mentre altri 200 uomini ebbero ordine di attaccare di fianco. I cavalieri li lasciai a guardia sulla strada di Rionero, con l’ordine di spingersi in avanti, per assicurarmi da ogni arrivo di truppe. Un’altra centuria la diressi sulla strada di Calitri, con lo stesso mandato. I rimanenti uomini agli ordini di Ninco Nanco, li lasciai dietro per la riscossa. L’attacco fu simultaneo e terribile.

In eterno onore di quei valorosi cittadini caduti, posso assicurare che disputarono palmo a palmo quella loro cittadella. Perduta la prima posizione avanzata, si appostarono sulla piazza. Cacciati anche di là, presero posizione sul largo della chiesa e dopo aver sparato tutte le cartucce, ingaggiarono una lotta corpo a corpo con i miei. Sopraffatti dal numero, tentarono di raggiungere la torre, ma trovata chiusa la via, si disposero a morire, quando le donne si buttarono piangenti fra i combattenti, implorando pietà e grazia per i loro padri, mariti e figli. Sulla torre sventolò bandiera bianca, così la lotta finì, ma le vie erano seminate di cadaveri, mentre i miei si davano al saccheggio. Le autorità sedevano nel palazzo del comune ed entrando trovai i consiglieri al loro posto. Ordinai mi fossero consegnati il ruolo della guardia nazionale, i fucili, le munizioni dei militi, la cassa del comune e quella della fondiaria. Mi si rispose che facessi terminare le stragi è l’incendio e sarei stato esaudito. Cosi fu fatto. Ricordando quella giornata, io mi domando ancora, dove quei poveri cittadini avevano potuto apprendere l’arte della guerra che in trecento, tennero fronte per diverse ore a mille uomini, affamati di piaceri e bottino. Quei prodi non avevano preso mai parte, né a piccole, né a grosse manovre, anzi la ferocia del governo borbonico proibiva loro di portare il fucile e per aver il porto d’armi dovevano pagare 5 scudi.

Perché il Borbone non seppe utilizzare il valore e l’eroismo dei figli di questa regione, tanto che il loro potente esercito fu messo in fuga da un pugno di giovinetti. I garibaldini. Ho visto le infamie che si commettevano in un quartiere militare borbonico. La frusta, il bastone e le fucilazioni sommarie e le tremende punizioni, tanto che in noi soldati prevaleva il concetto che il regno è tuo e dei tuoi sbirri e devi difendertelo, poiché io non morirò per la gloria tua e per conservare sul tuo capo la corona. Ma, come mai, io che conoscevo le infamie del Borbone, dopo la caduta di questi, mi sono rimescolato nel fango e combattuto per una causa che aveva destato in me tanto orrore? Poiché io avevo già le mani macchiate di sangue, la mia persona era cercata, lottavo per vivere.

 

Rionero in Vulture, 13 agosto 1861.

“Sig. Carmine Donatello Crocco. Rendo grazie della libertà accordata ai miei dipendenti caduti nelle vostre mani. Una seconda volta, nell’interesse del paese, di tante famiglie e nell’interesse vostro, io vi invito a deporre le armi e vi assicuro che non sarete fucilati e la causa vostra sarà rimessa alla clemenza sovrana. Domani non verremo per lasciarvi tempo per riflettere. Se, nonostante questa mia, insisterete a mostrarvi ribelle alla legge, sarò costretto a darvi la caccia per avervi vivo o morto.”


“Signori, a tutti ossequi. Non posso aderire alla vostra domanda, perché S. M. Vittorio Emanuele ha rigettato l’istanza dell’avvocato Francesco Guarini e rigetterà anche quella appoggiata dalla V. S. e siccome non voglio servire da trastullo a chi assisterebbe alla mia fucilazione, sono pronto a vendere a caro prezzo la vita. Ricordate che nel posto in cui mi trovo, nel 1808 fu trucidato un reggimento di Re Gioacchino Murat. Carmine Crocco”

 

Crocco si acquartierò a Toppacivita, nelle vicinanze di Calitri, dove il 14 agosto del 1861, fu attaccato dai regi soldati, i quali subirono una netta sconfitta. Dubbioso sulle sue sorti e per il mancato rinforzo più volte promesso dai filoborbonici, decise di sciogliere le sue schiere, per trattare la resa con il nuovo governo. Il barone piemontese Giulio De Rolland, nominato governatore della Lucania, era disposto a trattare con lui. Ma, il luogotenente del re, generale Enrico Cialdini, rispose di non accordare nessuna grazia, quanto ricompensare chi rendeva servigi. A questa notizia, Crocco tornò sui suoi passi e il 22 ottobre 1861, per ordine del generale borbonico Tommaso Clary, incontrò il generale veterano catalano José Borjes, nel bosco di Lagopesole, il quale, reduce dal fallito tentativo di scatenare la reazione popolare in Calabria, voleva tentarla in Lucania, trasformando la banda di Crocco in un esercito regolare, adottando disciplina e tattiche militari, per assoggettare i centri minori, dar loro ordinamenti e arruolando nuove reclute per conquistare Potenza e porre fine all’autorità sabauda in Lucania. Crocco non ripose alcuna fiducia nei suoi intenti, anche perché arrivato con soli 17 uomini. Inoltre era contrario alla sua strategia, ritenendo inutili gli attacchi ai centri abitati, considerando la guerriglia, unico modo per colpire il nuovo regime. Comunque, riconoscendo Borjes un esperto di guerra, accettò l’alleanza, anche se i loro rapporti non furono mai armoniosi. Poi, giunse il francese Augustin De Langlais, presentatosi come agente al servizio dei Borbone. Augustin era un personaggio ambiguo, descritto da Borjes come un generale che agisce da imbecille, pur partecipando a numerose scorrerie, da buon coordinatore dei movimenti.  

Crocco continuò le vecchie imprese, con inaudita violenza, benché contava quasi sempre sul supporto popolare. Raggiunte le sponde del fiume Basento, dopo aver reclutato nuovi militari, occupò Trivigno, mettendo in fuga le guardie nazionali. Il popolo si aggiunse ai predoni e il paese rapinato bruciò. La cittadinanza colta fuggì o si nasconde o morì con le armi in pugno. Caddero altri centri come Calciano, Aliano, Garaguso, Salandra e Craco. Il 10 novembre, Carmine ottenne una netta vittoria su un gruppo di bersaglieri e guardie nazionali, durante la battaglia di Acinello, uno dei più importanti conflitti del brigantaggio post unitario. Poi, anche Grassano, Vaglio, San Chirico Raparo, Guardia Perticara, furono messi al sacco, per la loro opposizione. Crocco giunse nelle vicinanze di Potenza, il 16 novembre 1861, ma, per divergenze con Borjes, l’armata dei briganti deviò su Pietragalla. Il 19 novembre tentò l'entrata in Avigliano, paese natale del suo luogotenente Ninco Nanco, ma il popolo unito con i borghesi, respinsero i briganti. Il 22 novembre occuparono Bella, Balvano, Ricigliano e Castelgrande, ma furono sconfitti a Pescopagano, lasciando 150 briganti tra morti e feriti. Impossibilitati a sostenere altre battaglie, Crocco ordinò ai suoi uomini, la ritirata verso i boschi di Monticchio.

Crocco ruppe i rapporti con Borjes, perché insicuro di poter seguitare a vincere e poiché non credeva più alla promessa del governo borbonico dell’invio di rinforzi. Il generale catalano si recò a Roma con i suoi uomini, per fare rapporto al re e nella speranza di riorganizzarsi con nuovi volontari e ritentare l’impresa. Ma, durante il tragitto, Borjes fu catturato dai regi soldati, capeggiati dal maggiore Enrico Franchini e fu fucilato con i suoi fedeli a Tagliacozzo, l’8 dicembre. De Langlais, sparì dalla scena, poco dopo. Con la fuoriuscita dei legittimisti stranieri, Crocco incontrò le prime difficoltà. Alcuni dei suoi uomini iniziarono ad agire contro i suoi ordini e tutti i paesi insorti e occupati furono riconquistati dalle autorità sabaude. I briganti e civili sospettati di collaborazionismo furono arrestati o fucilati con esecuzioni sommarie. Carmine continuò con azioni di mero banditismo, assalendo viandanti, compiendo depredazioni, ricatti, sequestri, omicidi di personalità, suddividendo i suoi uomini in piccole bande che si sarebbero riunite in caso di grandi scontri. La tattica li rese imprendibili, favoriti dal territorio boschivo e impervio. Anche se i tentativi erano ritenuti vani, i realisti borbonici non abbandonarono Crocco, perché lo Stato Italiano era distratto dal completamento dello stesso. Le sue scorrerie si spinsero sino ad Avellino, Campobasso, Foggia, Bari, Matera, Ginosa, Castellaneta, Lecce, collaborando in diverse occasioni con altri capobriganti come Angelantonio Masini, Eustachio Fasano e il pugliese Sergente Romano, il quale gli propose di unire le forze e muoversi su Brindisi, dove agiva il brigante Pizzichicchio, per occupare i territori del barese e innalzare la bandiera borbonica. Ma, Crocco, per le precedenti esperienze negative, lasciò cadere la proposta.

Nel marzo 1863, le bande di Crocco comandate da Teodoro Gioseffi, Sacchetiello Coppa, Malacarne, Caruso e Ninco Nanco, tesero un’imboscata a 25 cavalleggeri di Saluzzo, guidati dal capitano Giacomo Bianchi, reduce della guerra di Crimea, uccidendone 20 di loro, incluso il capitano. L’atto fu compiuto in risposta alla fucilazione di alcuni briganti, nei pressi di Rapolla, perpetrato dagli stessi cavalleggeri. Nell’autunno, spinto dalla crescente pressione della coalizione regia e dal graduale abbandono del sostegno popolare, diffuse un invito alla rivolta, cercando di sfruttare il sentimento religioso del volgo.

“Che si aspetta? Non si commuove ancora il cielo, non freme ancora la terra, non straripa il mare al cospetto delle infamie commesse ogni giorno dall’iniquo usurpatore piemontese? Fuori dunque i traditori, fuori i pezzenti, viva il bel regno di Napoli, col suo religioso sovrano, viva il vicario di Cristo, Pio IX e i nostri ardenti fratelli repubblicani.”

Il generale Fontana, con i capitani Borgognini e Corona, organizzarono dei negoziati con i briganti e l’8 settembre 1863, Crocco, Caruso, Coppa e Ninco Nanco furono ospitati in una casa di campagna, nelle vicinanze di Rionero. Durante il banchetto, Crocco assicurò di condurre i suoi 250 uomini alla resa, chiedendo per essi un salvacondotto. Poi, Carmine se ne andò verso Lagopesole, sventolando un tricolore e gridando “Viva Vittorio Emanuele.” Scettico per le promesse e evitare una possibile fucilazione, non fece più ritorno e l’accordo saltò.



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