domingo, 1 de noviembre de 2015
Cimiteri
XI Exposición Individual de Fotografías: "Mi Segunda Tierra II" del 7 al 21 de Noviembre, en la Galeria de Arte, MAXART.
Fedele condottiero
Stavvi il mentor poderoso alla lor vista,
furibondo in viso e con l’ascia in mano,
gestisce il flusso arcaico dell’ammasso
e non valgon pentimenti o compassioni.
Chi è quel viso che umanamente agogna
e volge sgomento in cerca di puntello?
Superbia e ira che in vita han cavalcato,
forzan fronte a giudizi e dure sentenze.
Or cantar vorrei l’amor sì delicato,
d’un esempio mortal fior bene amato,
amico di viaggio compagno deciso,
dolor mesto e cupo c’ho perso il sorriso.
Un colpo di flagello corona di spine,
tal Cristo battuto mi sanguina il crine,
afflitto e molesto le sue spoglie rapite,
matrice di tormenti e laceranti ferite.
Si che amor versò a famiglia e lavoro,
a gente e averi tanto che facil ignoro,
menzionar all’uso doti e svariate virtù,
che in un figlio vorresti veder anche tu.
Via lontano esotico tollerava l’assenza,
presagiva il ritorno con santa pazienza,
come Eumeo fedele aspettò mite Ulisse
e al mal si frappose tal splendida eclisse.
Al capo nobili attenzioni riservava,
lavorare e immolarsi non gli bastava,
in cambio fu alla testa general perfetto,
condottiero giusto valoroso e corretto.
Or sicuro dolente non potrà già elargire,
non più accurato quotidiano abbellire,
or quel posto sarà un desolato anfratto,
fiuto l’assenza con uno sguardo distratto.
Eppur mi vedevo con te fronte al fuoco,
evocare le storie d’un passato remoto,
ma tornerai al mio campo e al tuo orto,
tra germogli avviarti da uomo risorto.
Deploro la morte che falciando fa errori
e maledico la vita che castiga i migliori,
ignari all’oscuro
non lascia scritti o parole
e fa di noi miserandi tutto quello che vuole.
Dell’andazzo scovare l’eterno complotto,
arginare il mio pianto cocente e dirotto,
parlare dobbiamo ancora di tante cose
e un di rivedrò chi al cuor mai si nascose.
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jueves, 1 de octubre de 2015
Busker
Chopin
Frédéric François Chopin, (Zelazowa Wola, 1 Marzo 1810 - Parigi, 17 Ottobre 1849) è stato un compositore e pianista polacco, naturalizzato francese. Fu uno dei grandi maestri della musica romantica, definito "Poeta del pianoforte." Il padre, Mikołaj Chopin, 1771-1844, era un musicista francese originario di Marainville sur Madon che si stabilì in Polonia. La madre, Tekla Justyna Krzyżanowska, 1782-1861, era una pianista polacca. Iniziò a studiare il pianoforte da autodidatta e crebbe a Varsavia, dove completò la formazione musicale da bambino
prodigio.
A seguito della repressione russa del Novembre 1830, si trasferì a Parigi, componendo brani che riscossero
successo specialmente nei salotti. Impartiva lezioni private, le quali erano la
principale fonte dei suoi guadagni. Nel 1838 conobbe George Sand, più anziana di lui di sei anni. Chopin aveva una salute
cagionevole e in quegli anni il suo corpo, mostrava un deperimento costante. Aveva
scarsa resistenza fisica e soffriva d’attacchi di bronchite purulenta. Pesava appena
quarantacinque chili, per un’altezza di un metro e settanta. Purtroppo nel 1848,
la scrittrice interruppe la relazione con il musicista, facendolo cadere in una
depressione che probabilmente accelerò la sua morte che avvenne il 17 ottobre
del 1849, alle 2 del mattino. Al suo fianco negli ultimi momenti
di vita, Eugene Delacroix, Delfina Potocka e la più amata delle
sorelle, Ludwika. Riposa a Parigi, nel cimitero di Pere Lachaise.
Chopin lascia un testamento
musicale di grandi dimenzioni. Fu dotato di grande espressività e magica creatività,
tra le migliori nella storia della musica. Nelle sue opere, tecnicamente
impegnative, ha apportato notevoli innovazioni alle forme musicali
dell’epoca. Fu un virtuoso del pianoforte. Dipendendo dallo stato d’animo, sciorinava nelle Fantasie, ritmi forsennati; nei Notturni, lente trasposizioni della
sua vita; nei Preludi, brevi e dolci composizioni. Le Ballate sono un suo apporto alla musica, raffinate nei temi e
ricercate nella scrittura.
Ballade Pour Rafaelina
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martes, 1 de septiembre de 2015
Il Palazzo di Giustizia di Roma
Il Palazzaccio
Il Palazzo di Giustizia di Roma, sede della Corte Suprema
di Cassazione, fu costruito tra il 1889 e il 1911 dall’architetto perugino
Guglielmo Calderini. La prima pietra fu posta il 14 marzo 1889 alla presenza di
Umberto I di Savoia e la regina Margherita. Le grandi dimensioni, le numerose
decorazioni e i lavori seguiti da sospetti di corruzione che portarono nel 1912
a un’inchiesta parlamentare, spinsero i romani a soprannominare l’opera: Il
Palazzaccio.
La natura friabile del terreno, sulla quale fu posto
l'edificio, richiese la costruzione di una platea di calcestruzzo per aumentare
la stabilità. Nonostante tutto, non si raggiunse la solidità desiderata e il progetto
che prevedeva un altro piano, convinse il Calderini a ridurre le dimensioni. La
struttura fu inaugurata alla presenza di Vittorio Emanuele III, l’11 gennaio
1911. In stile tardo rinascimentale e barocco, misura 170 x 155 metri. Il
palazzo, rivestito di travertino, è sormontato nella facciata principale da una
quadriga di bronzo e adornato da alcune statue rappresentanti tra gli altri Cicerone,
Gianbattista Vico, Lucio Crasso. La facciata posteriore è arricchita in cima,
da uno stemma bronzeo di Casa Savoia.
Nel 1960 le crepe e i crolli ne bloccarono l’uso. Fu
istituita una commissione per decidere le sorti della costruzione. La maggioranza
tendeva alla demolizione dell'edificio e all’ampliamento del giardino adiacente.
Altri proponevano la conservazione senza renderlo funzionale, a causa degli alti
costi di restauro perché l’edificio costituiva la testimonianza storica di
un'epoca. In più l'enormità dei costi di demolizione, fece prevalere questa seconda
opinione. Così l'edificio fu sottoposto nel 1970 a una serie di lavori per
metterlo "in sicurezza" e arrivare ai nostri giorni.
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sábado, 1 de agosto de 2015
Albero Solitario
X Exposición Individual de Fotografías:
“Roma” del 7 al 22 de Agosto, en la Galería de arte, MAXART.
Albero solitario
La solitudine non ti strapazza
il core,
cantori s’allegran della
tua pura esistenza,
svolazzano augelli sei
faro e fonte di riparo
e quando è luna
sanguinar fai una piuma.
Io del mio vagar giunto
all’estremo rito,
solingo piango le pene e
il dolor che sento,
mi cavaron l’alito e le
carni si numerosi,
sublime peccar dolce
fingersi virtuosi.
Chiedo in riguardosa supplica cerco pudico,
di cancellare il reverbero che sa d’antico,
volar fu dell’anima il primo e ultimo sogno,
inibita e lacerata piangerà in eterno.
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miércoles, 1 de julio de 2015
Tempi Moderni
Architettura High-Tech
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