martes, 4 de septiembre de 2012

Vaticano






I papi

Nella storia della Chiesa, ventotto papi non sono andati oltre un anno di pontificato e dodici non oltre un mese. Ad ogni modo, è stato accertato che almeno diciotto di essi siano stati assassinati. Questo accadeva all’interno della Chiesa, per far capire a chi non lo aveva inteso che per assicurarsi la continuità, bisognava con qualsiasi mezzo raggiungere un solido dominio economico. Chi cercava altre soluzioni e strategie, magari anche più consone all’istituzione, era rapidamente eliminato. La Chiesa, si è rivelata intollerante anche verso la gente comune che si rifiutava di accettare l’ideologia cristiana, per altro fondata sull’umiltà e sul perdono, per perpetrare con la forza, il potere. La Santa Inquisizione fu escogitata per scoraggiare con il terrore, con l’impiego della tortura e della condanna al rogo, la diffusione delle eresie che ostacolavano l’affermarsi dell’ortodossia cattolica. Oggi, allo stesso scopo e con metodi diversi, si organizzano grandi raduni che imitano le tecniche delle ideologie totalitarie di ieri, per accattivarsi le menti piú immature e facilmente condizionabili. Ricordiamo che nei due millenni passati il cristianesimo è stato più volte sull’orlo del disfacimento.



Il giornalista Mino Pecorelli, direttore del settimanale ”Osservatore Politico”, fu assassinato il 20 Marzo 1979, dopo aver pubblicato un elenco di 121 nomi d’esponenti vaticani affiliati alla massoneria. Nella lista compariva il nome di Paul Marcinkus, capo dello IOR, Istituto per le Opere di Religione, ossia la Banca Vaticana, attraverso cui avveniva, tra l’altro, l’esportazione illecita di valuta all’estero e investimenti nell’industria delle armi e contracettivi. Quando nel 1935 Mussolini invase l’Abissinia, tra l’acclamazione d’alti prelati italiani, uno dei principali fornitori, era una fabbrica di munizioni di proprietà Vaticana. Lo IOR è stato istituito nel 1942 da papa Pio XII ed è stato più volte coinvolto in scandali finanziari, fra i quali spiccano l'affare Sindona e il crac del Banco Ambrosiano. Papa Paolo VI, a suo tempo, definì Sindona uomo mandato da Dio, con il piano di moltiplicare i capitali Vaticani, al pari di Cristo che aveva moltiplicato i pani e i pesci.




Quando nel 1978 Albino Luciani divenne papa, 1.650 conti correnti della Banca Vaticana appartenevano a istituti religiosi. Gli altri 9.350 erano di proprietà di diplomatici, prelati e cittadini privilegiati che usavano tale banca da tramite per esportare illegalmente valuta pregiata fuori dall’Italia. Dopo aver disposto un’inchiesta sulla presenza di massoni tra le gerarchie Vaticane, il 28 settembre Giovanni Paolo I, affronta con il segretario di Stato Jean Villot la scabrosa questione IOR. Papa Luciani, intimò Villot che Marcinkus doveva essere trasferito. La mattina del 29 settembre 1978, poche ore dopo il colloquio con Villot, Giovanni Paolo I fu rinvenuto cadavere. Il papa aveva 65 anni, godeva buona salute e non aveva mai sofferto di cuore. Una morte improvvisa e misteriosa, seguita da una frettolosa imbalsamazione e per decisione dello stesso cardinale Villot, il cadavere del pontefice non fu sottoposto ad autopsia. Il seguente conclave, elesse papa il cardinale polacco Karol Wojtyla, il quale non attua nessuno dei provvedimenti decisi da Luciani. Così Marcinkus continuò a dirigere la Banca Vaticana e a far sì che le attività criminali, come quelle con il Banco Ambrosiano, prosperassero. Anche Calvi e i maestri della P2, Gelli e Ortolani, continuarono con i loro traffici illeciti. La Banca Vaticana, amministrata da Marcinkus, gestiva un capitale superiore a un miliardo di dollari. I profitti annuali nel 1978, erano di circa 120 milioni di dollari. I proventi di tale banca, sono per l’85 per cento di proprietà del papa che li adopera come meglio crede. Papa Wojtyla, estimatore di Marcinkus, nel settembre 1981, lo promuove arcivescovo e gli affida anche l’incarico di vicegovernatore del Vaticano, cioè responsabile degli introiti derivanti dall’afflusso dei pellegrini e dei turisti, portando in breve i modesti incassi a cifre miliardarie. Nel 1982, lo nomina anche cardinale, senza l’onore della porpora. Marcinkus restò a capo dello IOR fino al 19 giugno 1989, quando decise di lasciare la guida della banca Vaticana e l’Italia, per tornare nella natia Chicago.



Da papi e prelati, era praticata con disinvoltura una perversa attività sessuale. Sisto IV, per esempio, fu denominato “Puerorum amator”, tanto che oltre ai nipoti Pietro e Girolamo, amò grecamente un giovane che salì per le sue lubriche compiacenze alla sedia vescovile di Parma e fu poi insignito della porpora cardinalizia. Nel periodo del suo pontificato, 1471-1484, queste manifestazioni dovevano considerarsi normali, tanto da incoraggiare i cardinali a fare richiesta e rendere leciti gli atti sodomiti, per almeno tre mesi l’anno. Sisto IV in fondo alla richiesta scrisse: Concede come si domanda. Il cardinale Giuliano Della Rovere, eletto Papa nel 1503 col nome di Giulio II, 1503-1513, fu militare e politico abilissimo, riuscendo a recuperare tutti i domini persi in precedenza dalla Chiesa. Anch’egli mostrò trasporti per gli adolescenti. Il cardinale di Montalto, nominato pontefice col nome di Sisto V, 1585-1590, amò adolescenti come Innocenzo VII, 1404-1406 e Paolo III, 1434-1549. In Vaticano, nel secolo passato, era nota la cricca di prelati omosessuali, i quali in privato si riservavano il grazioso appellativo di “Mia cara”.



L’autore, con quest´articolo, si è solo assunto l’onere di ricordare alcuni fatti scabrosi, già ampiamente conosciuti e dibattuti che hanno coinvolto nei secoli la Chiesa.










L’inesistenza di Dio è in ogni situazione.







Il mio Dio è il prossimo per lo meno anche se goffamente in qualche occasione si manifesta.







La religione al servizio della legge. Quanti reati in più senza la paura di un Dio inquisitore.


















Le pene del prete


La famija d’un prete superanno ogni confine,
in un convivio s’embriagarono e alla fine,
se misero a contá del clero tutti l’intrighi,
li giudicavano elencando pure li castighi.



Cor vino en corpo a parlá de li corrotti,
nun se salvó nemmeno uno de li rimbrotti,
lui spaesato pe’ nun fa ‘na figuraccia,
dovette sta’ zitto e prenderla en saccoccia.



Facenno papa a Lucianino se pentiron tutti,
nun era adeguato pe’ li farabutti
e come è stato eletto fu pure esecutato,
da quelli che passeggian er colonnato.


Quanno se ritirano en sacrestia co’ la perpetua,
si s’osservati se mettono come ‘na statua
e stamo attenti a lasciá vicino ‘na creatura,
che possono fa ‘na cosa contro natura.



È mejio ch’annate a visitá li carcerati,
pe’ nun farli sentì emarginati,
cambiate direzione e dateve a la filantropia
e nun pensate ancora a Porta Pia.



‘Sta gente cor peccato ci’ha un contatto speciale,
quanno t’avvicini aspettate un attacco brutale,
ci’hanno convinti che semo noi le anime impure
e ce radunano come pecore che aspettano censure.



Che me tocca fa’ per scroccá ‘na magnata,
ascoltá de ogni bocca ‘na fregnata,
il giorno dopo tutti sobri te senti dire,
stavamo a scherzá, nun starai ora a maledire?












































































































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miércoles, 1 de agosto de 2012

L'oppio dei popoli

 
 

 
Le religioni

Da quando l’uomo, nella sua lunga evoluzione, ha cominciato a elaborare i primi sentimenti e le prime consapevolezze, ha sentito una necessità d’aiuto, di protezione, di speranza, di salvezza. Vivendo la vastità terrena e alzando lo sguardo al cielo verso l’immensità celeste, ha elaborato e consolidato l’idea dell’esistenza di un ente supremo che gestiva la grandiosa ampiezza e che avrebbe potuto e dovuto risolvere a richiesta le sue necessità. Nella Grecia antica, questa suggestione fu rappresentata in teatro nelle tragedie, meglio che tutti da Euripide. In latino, “Deus ex machina”. Quando era richiesto, dall’alto scendeva un dio a risolvere i problemi del momento. L´uomo riconoscente ha anche offerto al superiore sotto forma di sacrifici e penitenze. Una sorta di “Do ut des” ante litteram. Per carpirne la sua benevolenza, “Captatio benevolentiae”.



Le religioni, pur molto diverse tra loro, poiché sviluppatesi in tutto il globo quando non vi era alcuna possibilità di contatto tra i popoli, miravano tutte allo stesso proposito. Appagare i desideri di tutti ma da pochi elegantemente cesellate per il loro personale interesse. Nel vasto repertorio delle culture umane gli esponenti più preparati e interessati, dopo aver stabilito delle gerarchie davano alle religioni un ordine essenziale, al fine di stabilire un dominio sulle masse arrogandosi tra l’altro il potere del contatto con il divino. Poiché non vi era nulla di credibile e visibile, se non mitologia, storielle inventate di sana pianta e raccontate, si è ricorso alla strategia della fede. Un sotterfugio ben macchinato dalle menti più raffinate, per carpire l’attenzione dei più incolti e creduloni, in cambio di benefici terreni e della salvezza eterna. Si sono creati simboli e forme rituali, per completarne l’opera. Ai miscredenti più recalcitranti, la fede era estorta con la paura della condanna eterna e altre formule coniate e propinate in base alla situazione, epoca, luogo. Con il susseguirsi delle culture e dei tempi, le vecchie mitologie sono state soppiantate dalle nuove, sempre più elaborate e convincenti.



La parola “religione” viene dal latino “religio” coniata da Cicerone e vuol dire “Venerazione di un essere di natura divina”. Nel mondo esistono migliaia di religioni e miliardi di adepti, i quali credono fermamente che la loro religione è quella veritiera. Cosi com´è accaduto dai tempi più remoti, ognuno crede di venerare il vero dio. Le religioni pero sono migliaia. Da quale parte sta la ragione?



Malauguratamente, le religioni sono solo frutto di convenienze e fervide immaginazioni. Nessuno ci ha creati e siamo solo conseguenza dell’evoluzione. Nulla gestisce il nostro destino, che è frutto della casualità e del caos che regna in ogni istante della nostra vita. Le ultime teorie scientifiche, formulate dopo secoli di studi, esperimenti e conferme, considerano che la vita sulla terra sia arrivata dallo spazio, a bordo di comete e meteoriti, sotto forma di organismi monocellulari, i quali nei tempi si sono evoluti nelle forme complesse che oggi conosciamo. Sarebbe più giusto credere all’evidenza che alle leggende. Un sereno confronto scientifico, filosofico e teologico deve essere tenuto per arrivare a una chiarificatrice conclusione, per il bene dell’umanità e non delle parti. Nello specifico la Chiesa ha avuto dei periodi orribili nella gestione del potere spirituale, tanto che il più alto gradino di essa alcuni anni fa ha chiesto umilmente perdono. Ridicolizzare le intuizioni di Newton, Darwin e l’intelligenza universale di Galilei, la vigliaccata del rogo di Giordano Bruno, esempi d’eventi persecutori a dimostrazione dell’intolleranza che le religioni e i suoi ambasciatori dall’animo dominante hanno, in contrapposizione con l’essenza e la filosofia delle religioni stesse. Si auspica la fine delle false verità e si dica chiaramente che il nostro futuro è fatto solo di, incertezze. La grande cultura dei prelati lascia estasiati e non si può pensare che dentro abbiano solo fede e non interrogativi o diverse convinzioni, avallati dal ricordo di efferati crimini da loro perpetrati, in antitesi con il loro predicare.



Altresì è bene ricordare, il grande apporto che la Chiesa ha dato nello stimolare e conservare la cultura nei secoli, tanto da auspicare una riconciliazione con la comunità artistica dopo l’allontanamento degli ultimi tempi, per il bene dell’umanità, anche se hanno razziato costruzioni e templi della Roma degli dei falsi e bugiardi, per costruire e abbellire quella del loro giusto dio. A ogni modo, i religiosi meritano il rispetto e la considerazione di tutti, se supportati dalla buona fede.





L’autore, con quest’articolo, non vuole alterare o confondere il pensiero degli uomini di fede, né tantomeno offenderli, ma solamente assecondare il desiderio dell’uomo di giungere alla verità, la quale oramai non è più così lontana.
















Le religioni sono il lamento di un animale superiore in cerca di gloria.






Quando la Chiesa non aveva rivali governava da despota. Ora che è costretta a cedere alla ragione della scienza per la raggiunta consapevolezza degli uomini predica la divisibilità del potere.






Al seguir i sermoni delle religioni ti costellerai d’indelebili ferite e inquietanti rimorsi.






Le religioni sono una delle forme espressive più ingegnose dell’uomo.






La Chiesa deve dare amore con il buon esempio invece di dettare con arroganza confini e proibizioni.






Le religioni sono un’accozzaglia di credenze filosofie pratiche tradizioni desideri.








Lamento d’artista



So’ tant’anni che lavoro quindici ore ar giorno
e nessuno me da retta, dicono “È solo arte”
e tutti st’artisti nun fanno che soffrire
e der monno attivo nun ci’hanno ‘na gran parte.

 
Servimo solo a trastullá la gente pe’ la strada
e ar passá nun volemo ‘na bella riverenza,
ma datece un ricco piatto de pasta e facioli,
solo quar’cosa per riempi ‘sta panza.


Finitela de di “Senti questi versi quanto sono belli”
e dateme un lavoro de li mia, su fateme felice,
numme’dite che c’è la crisi e che è globalizzata,
che so’ cent’anni che mi nonno me lo dice.


         Aspettateve che un giorno come questo,
vengo a casa vostra e si numm’aprite insisto,
ve’ butto giù la porta ma no pe’ farve un furto
e che nun se po’ rifiutá la visita d’un morto.


Nun fate come la famija mia che quanno producevo,
se stava zitta e magnava tutta de mi bocca,
ora che nun tengo un sordo mamma e mi fratello,
nu me conoscono e dicono “An’vedi, che vole quello?”


















































































































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domingo, 1 de julio de 2012

Basilicata é il suo secondo nome III






Nonno


Tu che affrettato hai il guado in questa losca conca
e oltre il fiume oscuro sei fioca e vaga voce ronca,
valicar vorrei il brutal antro e riveder il tuo aspetto,
goccia d’amor dell’impostor creato e al mio cospetto.


Al sol stridente ché necessità cingeva folta
e ai campi flettevi la schiena come la figura incolta,
ultimo nato colmo di pietas al tuo sommo giaciglio,
con lui tutto il fiorir di gioventù fosti benigno.


Un tempo che il ricordo rende il cor lieve e brioso,
viveva un uomo breve spiccio e laborioso,
il naso disegnato da un lampo del grecale,
la bocca un lieve ondeggiar del suo regale mare.


A me fanciullo soleva alzar leggero un aquilone,
forgiar con stracci colorati un rubicondo pallone,
tirar di scherma con due legni aguzzi tra le stalle,
nei campi ormai fiacco mi raccattava sulle spalle.


Gli scritti che sull’arido desco gentil donava,
per il mio solitario risveglio erano strenuo calore,
grato dei proficui lumi della vita freschi anfratti,
evoco quel che nell’animo correa e quel che godetti.


Le labbra mie esortava al riso e al fatuo fischiettare,
singhiozzi or che ho perso la forza del suo incitare,
sfogo profondo all’afflizione e ieri al mio gioire,
nel fondo colgo un castigo che flagella e fa soffrire.


Sulla pelle trincee ritorte scavate dalla guerra,
come arma una vanga natural dono della terra,
in tasca una laccio avvolto ricchezza del cafone
e pane estirpava all’aspra crosta come un leone.


Tal volta coi calzoni freschi tirati a festa,
ideava per burlar la gente una battuta lesta,
andava in piazza per ascoltar le nuove voci
e toglier con ironia ai passanti tutte le croci.


La tua riva attracco al mio costante navigare,
or vascello senza timone in perenne naufragare,
diuturno confronto con alte e radicate rimembranze,
poco di te perì lambito da eterne e proficue evidenze.


Al tuo avello come sostavi al mio giacere infermo,
sguardo volgo e arguzia chiedo al tuo sonno eterno,
ringrazio con gusto e vigor i tanti momenti felici
e sentite scuse se senza volerlo ho causato cicatrici.


Alle virtù facevi per dovizia dovuto inchino,
alla morte sberleffi a scongiurar l’inesorabil declino,
al fin ne canti avesti ne tangibili ricompense,
non carezze del viver scosceso ne parol commosse.


O vita! Che per le lerce vie i frutti tuoi van sofferenti
e crudele li cospargi di castighi e di tormenti,
su di noi al fin sembra gravare anche la luna,
poi rendi le pene lievi e via vai opportuna.























































































































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viernes, 1 de junio de 2012

Brezza dei Caraibi





Un passo dalla novella:

Brezza dei Caraibi




Capitolo II

“Qui preparano dell’ottimo caffè e in tanti vengono a degustarlo. I tavoli sono così vicini che si può ascoltare quello che la gente dice e alcuni istintivamente s’intromettono nelle conversazioni altrui. Dopo un po’ li conosci tutti, con le loro grazie e le loro problematiche. In più questo locale ha una meravigliosa vista, specie quando al tramonto il sole si fonde con il mare per un tenero bacio.”







Mentre parlava, le labbra accennavano un tenue sorriso e le mani disegnavano nell’aria elaborate figure. Sembrava non avesse impegni e sinceramente presa dalla conversazione. Parlò tanto senza pause e rimasi incantato dalla sua carezzevole voce e dalla sua morbida gestualità, comune da queste parti. Eravamo seduti all’ingresso del locale e vedevo entrare e uscire tanta gente che dimostrava una certa flemma e sorrisi ricorrenti. In questa terra lo scorrere del tempo ha un’altra misura e i contatti umani hanno una parte preponderante nella vita di ognuno. C’é povertà ma nessuno si perde d’animo, c’è meno egoismo e trovi sempre un sorriso in cui specchiarti. La famiglia e l’amicizia hanno ancora un significato profondo. Noi abbiamo il superfluo eppure spesso siamo imbronciati e il malcontento e la diffidenza serpeggiano incessanti.

“Sono venuto per una vacanza rilassante ma rischio di tornare al mio paese ancor più stanco se mi lascio cullare dalla brezza dei Caraibi.” Questo le dissi, senza spiegare il vero motivo del viaggio in un luogo così lontano e diverso. Non potevo raccontare a una ragazza conosciuta da poco, anche se degna di ogni rispetto e della quale io credevo già d’essermene invaghito, l’intima ragione del mio restante andare. Le parlai solo della mia volontà di passare un lungo periodo di spensierato riposo, senza aggiungere altro. Yahaira. Questo era il suo nome, esotico come la sua pelle e la sua maniera di essere. Conversando, il tempo passò gradevolmente sino a quando all’accomiatarmi, la invitai a trascorrere la giornata successiva in mia compagnia. Per il resto della serata tenni la sua figura stampata nella mente e anche nel cuore. Come un ragazzino che aspetta con ansia il momento del suo primo appuntamento, le ore passavano lente. S’insinuò dentro il mio animo un leggero malessere. Una miscela d’insicurezza e nervosismo. Quando al mattino seguente mi svegliai, il mio primo pensiero fu per lei. Vidi un rassicurante raggio di sole entrare dalla finestra che accarezzandomi il cuore, disegnava i primi tratti di dipendenza da quella ragazza.

C’incamminammo verso la spiaggia che ci avrebbe ospitato in quel tanto atteso incontro. Le palme inclinate verso l’acqua placida, il cielo punteggiato da poche nuvole bianche e il candido arenile completavano quella vista paradisiaca. Ci tuffammo senza reticenze. Il fondale era basso e le acque trasparenti, più in là divenivano verdi e poi di un azzurro sempre più intenso. A pochi passi alcuni pellicani riposavano indisturbati e incuranti della nostra presenza.







C’immergemmo tante volte e i nostri corpi si attraevano sempre più in abbracci voluttuosi. Dopo esserci asciugati e un po’ crogiolati al già caldo sole di metà mattino, cominciammo a conversare. Tutto mi faceva supporre che entrambi volevamo scovare nell’altro qualcosa d’interessante che potesse suffragare il pensiero di una futura e proficua relazione sentimentale. Poi il cielo imbrunì per lasciar cadere pesanti gocce di pioggia e ci alzammo per riparare in un vicino ristorante. Mangiammo del pesce alla brace e bevemmo dei succhi di frutta tropicale quindi, lentamente ci incamminammo verso l’hotel.



Ogni anno decine di milioni di turisti, arrivano da ogni parte del globo per ammirare le paradisiache coste del mar dei Caraibi, nelle cui acque alberga una grande biodiversità. Il punto più profondo è la depressione delle Isole Cayman, con 7.686 metri sotto il livello del mare. Le correnti oceaniche trasportano verso il bacino caraibico, notevoli quantità di acque dolci dall’estuario dell’Orinoco e dai fiumi amazzonici. La salinità del mar dei Caraibi quindi si abbassa, sino a trentacinque parti per mille e la temperatura superficiale dell’acqua è di circa 28° centigradi. Il mar dei Caraibi, situato sulla placca caraibica, si è formato circa 160 milioni di anni fa nel corso dell’era Mesozoica, da una frattura della Pangea. La pressione esercitata dalla placca sud americana verso la regione caraibica, la quale è attraversata da una faglia sismica, la caratterizza per una rilevante attività vulcanica.

Per le favorevoli condizioni climatiche, le balene, che hanno passato l’estate nel nord dell’oceano Atlantico, in inverno arrivano in queste calde acque ad accoppiarsi e procreare. Dopo circa un anno di gestazione, nasce un balenottero che allatta per circa un altro anno. Lo stazionamento in queste acque diventa un’attrazione indimenticabile quando questi mammiferi dal peso di circa ottanta tonnellate, saltano per diversi metri fuori dal mare per poi lasciarsi cadere in un tonfo impressionante. Pur essendo sprovviste di corde vocali, comprimendo l’aria nelle fosse nasali riescono a riprodurre melodiosi canti che si possono ascoltare sino a trenta chilometri di distanza. Vivono circa cinquant’anni e sono in pericolo di estinzione per la sfrenata caccia che l’uomo attua da troppo tempo. Le balenottere azzurre in Antartide sono l'uno per cento della popolazione originaria e le balene grigie oramai se ne contano solo un centinaio. Norvegia, Islanda e Giappone continuano a cacciare, nonostante che dal 1986 sia in vigore una moratoria. Il Giappone profana persino il Santuario dell’Antartico, uccidendone oltre 500 l’anno. Oltre alla caccia, a mettere a repentaglio la vita delle balene è l'aumentato impatto delle attività dell'uomo sugli ecosistemi marini. L'inquinamento chimico e acustico, l’aumento del traffico marittimo, lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche, sono le principali cause del rischio d’estinzione di questi meravigliosi cetacei.

L’uomo ha tante forme di sostentamento e non ha nessun motivo per ammazzare questi pacifici e meravigliosi esseri.




Ci confrontammo per il resto del pomeriggio, inframezzando brevi pause di riflessione mentre ci sfioravamo teneramente le mani. Non vedevo altro che i suoi splendidi occhi e il suo corpo sinuoso. Sembrava si concedesse ma a ogni mia avance delicatamente fuggiva. Capii che la sua ritrosia non era timidezza e la tal cosa m’incuriosì non poco. Era strategia femminile? Comunque mi lasciai cullare dal suono delle sue suadenti parole. Dopo tanto parlare ci accomiatammo con un lungo abbraccio e con la promessa che ci saremmo rivisti il giorno dopo. 

Passai la giornata successiva in hotel, in un’attesa vana. Di Yahaira neanche l’ombra...





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martes, 1 de mayo de 2012

Titanic







L’inaffondabile Titanic


La ricorrenza del I centenario dell’affondamento del Titanic, in concomitanza con il disastro del Costa Concordia avvenuto pochi mesi or sono in circostanze diverse, ha esaltato l’esigenza di ricordare questa immane tragedia. Ci limiteremo brevemente a menzionare le cause e le sfortunate coincidenze che determinarono l’affondamento del più grande mastodonte marino dell’epoca. Parte delle notizie qui descritte è dedotta dai filmati raccolti, dopo che negli ultimi decenni con l’aiuto della tecnologia ci siamo avvicinati al relitto che giace a 4 km sotto il livello del mare, poiché i sopravvissuti all’epoca hanno fornito testimonianze discordanti e sommarie, in preda allo shock e impegnati a salvare le loro vite.



Alle 23.40 del 14 aprile 1912, il Titanic sbatte contro un iceberg e alle 2.20 del 15 aprile scompare nelle gelide acque dell’oceano Atlantico, provocando la morte di 1.517 persone. Dai rilievi fatti sul fondo del mare, si è riscontrato che la nave si spezzò in due tronconi, contrariamente alla maggioranza delle testimonianze che affermava d’aver visto l’imbarcazione affondare integra. La nave cominciò a inondarsi d’acqua a prua, nel punto in cui l’iceberg aveva provocato lo squarcio, riempiendo i compartimenti stagno, che stagno non erano come poi vedremo, abbassando la prua sino a sommergersi sotto il livello del mare. Di conseguenza la poppa si alzò fuori dall’acqua, sino a quando la struttura non sopportando l’immane peso, si ruppe inevitabilmente nel mezzo in due tronconi, tra il secondo e il terzo fumaiolo. Infatti, una struttura navale sia pur imponente e forte come quella del Titanic, non poteva sopportare un peso cosi grande in tale posizione. Da una simulazione al computer si è potuto stabilire che la prua s’inabissò in linea retta, mentre la poppa con un movimento a spirale. I due tronconi si adagiarono sul fondo dell’oceano in cinque minuti, toccando nell’abissarsi una velocità di circa 50 km/h in un gran tonfo, collassando quasi su se stessi, spinti dall’enorme peso, a 800 metri di distanza l’uno di fronte all’altro.



Prima della collisione il Titanic fu avvertito da altre navi che transitavano nelle vicinanze, della presenza d’iceberg sulla rotta ma i marconisti presi dal lavoro e probabilmente da un'imperdonabile spirito d’onnipotenza non dettero peso ai suggerimenti. Di notte nel mare, un iceberg é visibile soprattutto grazie alle onde che s’infrangono alla sua base ma con un mare assolutamente calmo non vi erano indicazioni e il margine di sicurezza era molto ridotto per una nave che viaggiava a tutta velocità. A segnalare la presenza di una montagna di ghiaccio, c’era all’orizzonte solo una flebile interruzione della luminosità che le stelle producevano. Al momento dell’avvistamento, si ordinò di virare a sinistra mettendo i motori in retromarcia per ridurre la velocità. Quest'altro errore volle dire, diminuire la forza d’attrito necessaria per un cambio repentino di direzione.





Alcune testimonianze raccontarono:


L'oceano era liscio come la superficie di un pavimento, fatto veramente eccezionale.

Era una notte stellata, non c'era la luna e non avevo mai visto le stelle brillare più fulgide, sembrava che volessero staccarsi dal cielo. Era una di quelle notti in cui ci si sente felici di essere al mondo.

Salivano al cielo le grida più atroci mai udite da uomo mortale, se non da chi sopravvisse a quella terribile tragedia. I gemiti e i lamenti dei feriti, le urla di chi era in preda al terrore e lo spaventoso boccheggiare di chi annegava, nessuno di noi lo dimenticherà più, fino al giorno della sua morte.






Passeggeri                              Perdite

I Classe                 119 uomini   11 donne-bambini
II Classe                142 uomini   24 donne-bambini
III Classe               417 uomini 119 donne-bambini
Equipaggio            682 uomini    3 donne
Totale                                      1.517


Salvati                                                        Totale

54 uomini,   145 donne-bambini                       338
15 uomini,   104 donne-bambini                       285
69 uomini,   105 donne-bambini                       710
194 uomini,  20 donne                                     899
Totale                                                          2.223
                  



La chiglia della nave aveva un doppio fondo rinforzante, tant’é che, quando la nave si ruppe in due il doppio fondo tenne saldate ancora per un po’ le due parti, sino a quando la prua inabissandosi, sommò ulteriori forze sino a romperlo definitivamente. Lo scafo era suddiviso in sedici compartimenti stagni, le cui porte a ghigliottina si potevano chiudere automaticamente dal ponte di comando o sfruttando la sola forza di gravità. Questi compartimenti però oltre ad essere stati ridotti dai 4,5 m previsti dal progetto originale, a 3 metri, per far posto a ulteriori lussuosi saloni, non raggiungevano il tetto e stagno a questo punto non erano più. Il mancato isolamento dei compartimenti, durante l'affondamento della prua originò un sistema di vasi comunicanti tale che, quando un compartimento si riempiva, l'acqua tracimava a cascata nel successivo e così via fino a che tutto lo scafo della nave fu invaso dall'acqua. Questa fu la causa decisiva dell’affondamento della nave.



Una delle ragioni delle tante vittime, fu l’inadeguato numero di scialuppe di salvataggio collocate a bordo, nonostante le sedici disponibili rispettassero le normative marittime dell’epoca. In più, fu concesso di salire sulle scialuppe a sole 705 persone, delle 1178 che avrebbero potuto occuparne il posto, poiché furono calate in mare prima del dovuto. Al momento della costruzione della nave  un numero di scialuppe superiore non fu ritenuto necessario, sia perché la nave era ritenuta inaffondabile e sia per ragioni estetiche e logistiche.



Fu avvistata una nave all'orizzonte e le furono inviati segnali di soccorso dapprima con un faro, quindi con razzi di segnalazione, senza però ottenere alcuna risposta. Si trattava del Californian, che in quel momento sostava a macchine ferme proprio per timore ai ghiacci. Il suo capitano fu informato dell’avvistamento dei razzi e ordinò di comunicare con la lampada morse, senza riuscire a stabilire alcun contatto. Ogni commento è superfluo. Al ritorno a terra il capitano messo sotto inchiesta per non aver prestato aiuto, non fu condannato penalmente ma ricevette dure e giuste accuse dalla pubblica opinione. Suggestiva la descrizione di un ufficiale del Californian. Salii in coperta alle 23.56 e vidi le luci di un grosso piroscafo. Tornato in cabina ma non riuscendo a dormire, dopo mezz'ora tornai in coperta. A una decina di miglia di distanza vidi nel cielo una luce bianca e pensai fosse una stella cadente. Dopo sei o otto minuti vidi un razzo salire nel cielo nello stesso posto e mi dissi: dev'essere un bastimento in pericolo.



Il destino del Titanic è ossidarsi nelle acque dell’oceano Atlantico ma la sua vera fine sarà quella di essere ricoperto da colline di sabbia che già si stanno formando nei dintorni del relitto, per giochi di correnti marine, coprendolo per l’eternità.



Ricordiamo altri grandi affondamenti della storia navale. Il Lusitania nel 1915, l’Andrea Doria nel 1956 e il Costa Concordia nel 2012.





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