miércoles, 1 de junio de 2011
Rimembranze di Santo Domingo
Per meriti raggiunti con la pubblicazione di tre libri di poesie in spagnolo, sono stato inserito nella ristretta cerchia di persone, in occasione della fiera internazionale del libro, che ha avuto il privilegio di assistere alle conferenze dell’Eccellentissimo Presidente della Repubblica Dominicana Dr. Leonel Fernandez, con me complimentatosi ed io onorato di stringergli la mano…
…e del Ministro della Cultura del Vaticano, Sua Eminenza Gianfranco Cardinale Ravasi…
…al quale ho fatto omaggio di tre mie fotografie artistiche. Nello scambio di batture Sua Eminenza ha mostrato l’umanità e l’umiltà dei grandi. Vivamente si ringrazia il Ministero della Cultura della Repubblica Dominicana.
Rimembranze di Santo Domingo
domingo, 1 de mayo de 2011
Brezza dei Caraibi
Un passo dalla novella:
Brezza dei Caraibi
Capitolo I
Una calda brezza mi inebriò, non appena il portellone dell’aereo si aprì. Avevo lasciato temperature che giudicavo freddamente folli, io, amante delle calde ventate e abituato a rosolarmi al sole non appena ne avevo la possibilità. Discesa la scaletta e incamminatomi verso l’uscita, dopo aver sbrigato le faccende doganali, scorsi una marea di persone che si accalcava aspettando i turisti, nel susseguirsi dei voli quotidiani. Era un andirivieni di gente, amanti dei viaggi ma anche di temperature più consone alle esigenze psicomotorie umane. Gli astanti si proponevano a piena voce come tassisti, come guide turistiche, alcuni vendevano piccoli souvenirs, una ragazza sommessamente si proponeva come compagnia. Qui vige l’arte d’arrangiarsi, con una spontanea vivacità che per noi é probabilmente fuori luogo. Per loro essenza di vita. Una dolce compagnia? L’idea non é male. Dimenticare la mia Santippe, sostituendola con un dolce sorriso... ma no! Dopo tante ore di volo, l’unico desiderio é riposare e smaltire in fretta il jet lag in una comoda e silenziosa camera d’albergo. Dopo aver scambiato i soliti convenevoli con un tassista, ammutolii estasiato al guardare la prorompente natura che la strada sciorinava. Distese di palme e verde intenso alla mia destra, punteggiati da coloratissimi gruppi di case. La gente era lí fuori, affaccendata chissà in cosa. Un crogiolo di razze e tanti colori. Sembravano mescolati tra di loro, come le nuvole che di varie tonalità e dimensioni, sfioravano le policrome case. Alla mia sinistra sabbia bianca, inframezzata da banchi di rocce, delimitava un mare adamantino. Tutto era magicamente interessante e stimolante.
Dopo la scoperta del continente Americano, gli Europei e gli Africani e prima del loro massacro per un breve periodo anche i Taino, autoctoni al momento dell’arrivo di Cristoforo Colombo, si sono incrociati dando luogo ad una variegata razza. Ereditando dai ceppi menzionati la forza, la bellezza, la perspicacia. La simpatia l’avranno acquisita dai napoletani, anch’essi nel novero dei promotori della odierna razza Caraibica. Il nome viene dall’altra famosa etnia, i Caribi, terribili e accaniti sostenitori del loro territorio, difeso strenuamente sino all'estinzione. Alcune tribù Taino erano pacifiche e accettarono l’intruso Europeo senza malizia alcuna e senza sospettare purtroppo che di lì a poco anche loro si sarebbero estinti, per colpa dei massacri perpetrati dai Conquistadores e soprattutto per le malattie importate dal vecchio continente.
Le Taine erano bellissime, di statura media e di pelle ambrata. Vivevano seminude e i loro lunghi capelli lisci e neri scivolavano sull’aggraziato corpo. Avevano sempre un dolce sorriso che sfiorava la loro deliziosa bocca e un contegno signorile. I lineamenti del viso erano regolari e così somiglianti alle europee che se avessero indossato dei vestiti, si sarebbero sicuramente confuse con esse. Praticavano danze tribali e giocavano con una palla fatta con residui vegetali. Aveva la caratteristica di rimbalzare, qualità sconosciuta all’epoca in Europa, la qual cosa suscitò l’interesse degli spagnoli. Si giocava con un numero non superiore alle trenta unità per squadra, donne e uomini insieme e consisteva nel mantenere la palla in aria, lanciandola con qualsiasi parte del corpo, tranne che con le mani e i piedi.
L’hotel era paradisiaco. La costruzione era in stile Vittoriano, con tanto verde e palme a fare da contorno e sullo sfondo il mare, bianco e luminescente. Il drink di benvenuto fu servito da una gentile morena con sottofondo di musica latina e abbondanze percussive. Alcuni tavoli ai bordi della piscina ornati di frutta tropicale. Una sbirciata al casinò adiacente, dove gentili croupiers con i loro sguardi ammalianti, invitavano a una puntatina. Ero molto stanco e mi recai nella mia stanza a riposare. Mi svegliai e mi resi conto che avevo dormito il resto della notte piú buona parte del giorno successivo. Rimasi ancora un po’ disteso sul letto e la mia attenzione fu rapita da una particolare fragranza nell’aria.
Come un veliero solca i mari del sud, infrangendo le onde piú dure con il timone a dritta, così quest'odore violava i miei sensi, incuriositi dalla particolarità. Non riuscivo a capire quale fosse la provenienza. In seguito scoprii l’arcano. Il profumo veniva dalle cucine, tanto vibrante quanto particolarmente gradevole. Erano spezie prepotentemente usate per rendere i piatti singolarmente aromatici. Dopo aver un po’ armeggiato nella stanza, al tramonto scesi in spiaggia. Un complessino suonava e alcune ballerine eseguivano sensuali danze e un po’ alla volta, quasi senza accorgermene, m'invischiai in quei ritmi. A un tratto la musica cessò e il gruppo di persone si disperse. Era il solito manipolo di persone che in maniera estemporanea si creava, per poi dissolversi rapidamente, brindando alla vita semplice ed episodica. Pensai di cenare fuori l’hotel per conoscere la vita locale un po’ meglio. M'indicarono un posticino che giudicai all’altezza. Entrai e trovai un ambiente chiassoso e austero al tempo stesso, con il solito contorno di ritmi latini. Non chiedevo di meglio. Nell’attesa cominciai a pensare alle sostanziali differenze tra la vita europea e quella caraibica e a tambureggiare le dita sul tavolo. Musiche esotiche e coinvolgenti, che manifestano a livello emotivo voglia di vivere. La seduzione delle musiche delle culture lontane é qualcosa di atavico. Jean Jacques Rousseau riporta nel suo "Dizionario della musica" l’importanza e l’esigenza spirituale dei ritmi e delle melodie sconosciute. Il giorno dopo mi svegliai ben riposato e di buona lena mi recai in un bar per fare colazione. Entrando probabilmente, mostai smarrimento e non trovando posti a sedere deluso accennai una giravolta per andare via, quando ascoltai una voce amica che m'invitava a sedere. Capelli a casco, occhi neri e vispi, nasino piccolo e arrotondato, carnagione ambrata. Labbra carnose e un sorriso smagliante facevano intravedere una bianca e perfetta dentatura. Una spontanea e disinvolta simpatia. Un corto e attillato vestitino ceruleo mostrava un sinuoso corpo...
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viernes, 1 de abril de 2011
Antigua Roma
Un artículo de la revista cultural “Leonardo” fundada por mi en el 2010.
Antigua Roma
Bajo el mandato del emperador Trajano, en el año 115 D.C. el Imperio Romano alcanzó su máxima expansión. Los perímetros de sus confines superaban los diez mil kilómetros. Un cuarto de la circunferencia terrestre. El imperio se extendía desde los mares gélidos del norte de Escocia hasta las dunas del Sahara. Desde las columnas de Hércules en Lusitania hasta las etnias medio orientales del Irán. En cualquier lugar el idioma era el latín, se pagaba en sestercios, la ley era una: La Romana.
Los Romanos no sólo fueron grandes politicos, legisladores, conquistadores… sino también grandes constructores. Su red de carreteras era asombrosa. Más de cien mil kilómetros. Los monumentos más duraderos de la historia. Todavía en Europa se utilizan muchas de estas carreteras. Y todos los caminos llevaban a Roma. La capital del Imperio. Caput mundi. La capital del mundo. Una ciudad de dos millones de habitantes. La ciudad más populosa del planeta en ese entonces y de toda la antigüedad.
Exegi monumentum aere perennius regalique situ pyramidum altius, quod non imber edax, no aquilo inpotens possit diruere aut innumerabilis annorum series et fuga temporum. Non omnis moriar…
He construido un monumento más duradero que el bronce y más alto que la real mole de las pirámides, ni la lluvia che corroe, ni la cometa desenfrenada o las infinitas series de años y las estaciones podrán derrumbar. No todo de mi morirá…
De un paso de las Odas de Horacio, amante de los placeres de la vida, que dictó lo que hoy día es para muchos la base del ars vivendi. Compara su obra a la de los Romanos, difícil de superar y derrumbar.
Los Romanos no sólo fueron grandes politicos, legisladores, conquistadores… sino también grandes constructores. Su red de carreteras era asombrosa. Más de cien mil kilómetros. Los monumentos más duraderos de la historia. Todavía en Europa se utilizan muchas de estas carreteras. Y todos los caminos llevaban a Roma. La capital del Imperio. Caput mundi. La capital del mundo. Una ciudad de dos millones de habitantes. La ciudad más populosa del planeta en ese entonces y de toda la antigüedad.
Exegi monumentum aere perennius regalique situ pyramidum altius, quod non imber edax, no aquilo inpotens possit diruere aut innumerabilis annorum series et fuga temporum. Non omnis moriar…
He construido un monumento más duradero que el bronce y más alto que la real mole de las pirámides, ni la lluvia che corroe, ni la cometa desenfrenada o las infinitas series de años y las estaciones podrán derrumbar. No todo de mi morirá…
De un paso de las Odas de Horacio, amante de los placeres de la vida, que dictó lo que hoy día es para muchos la base del ars vivendi. Compara su obra a la de los Romanos, difícil de superar y derrumbar.
Veamos algunas curiosidades del imperio por antonomasia. Por ejemplo, como la gente se vestía en un día cualquiera de la semana. Los hombres ricos se vestían con cómodas togas coloradas, símiles a sábanas. Eran muy elegantes y curadas en los pliegues. Ninguno salía de su casa sin toga, la cual podía alcanzar hasta seis metros. Debajo de la toga tenían una túnica y para vestirse necesitaban la ayuda de un esclavo. Debajo de ese atuendo usaban un pantaloncillo, llamado subligar. Arriba de la toga colocaban un manto, el cual en la noche venía usado como cubierta. El vestuario estaba hecho en algodón y lino. La toga era un símbolo de cultura y estatus que sólo un ciudadano Romano podía usar.
Existían varios tipos de zapatos: Cerrados como las botas y abiertos como las sandalias, realizadas con muchas estrías de piel, con taquitos hechos con clavos, como los zapatos de los legionarios, llamados caligae.
Existían varios tipos de zapatos: Cerrados como las botas y abiertos como las sandalias, realizadas con muchas estrías de piel, con taquitos hechos con clavos, como los zapatos de los legionarios, llamados caligae.
En la noche o en momentos particulares del día, usaban pelucas que eran muy altas y servían también para hacer parecer más altas a las mujeres que las usaban.
Ya sabemos que el mundo Romano, tenía un cuidado particular por el cuerpo. Son famosas, entre las tantas formas de cuidarlo, los gimnasios y las termas, las cuales tenían tres piscinas, con distintas temperaturas. La cálida, calidarium, la temperada, tepidarium y la fría, frigidarium.
Los hombres por la mañana se afeitaban y no existiendo suaves espumas, la operación resultaba bastante dolorosa. Al final solían quitarse los pelos superfluos de cuello, orejas y cejas, en cuanto la depilación era una praxis frecuente. Por ejemplo, Julio César se depilaba y Octaviano Augusto, tenía la costumbre de pasarse sobre los pelos de las piernas, para suavizarlos, cascaras de nueces calientes. La calvicie era un problema para los hombres. César usaba trasladar el pelo de un lado a otro de la cabeza, para cubrir la parte calva. No faltaban las lociones para hacer crecer el cabello, hechas de las más fantasiosas mezclas. No sirve especificar que sistemáticamente fallaban.
Estas eran algunas de las prácticas y costumbres del pueblo Romano. Notamos el alto nivel de civilización alcanzado ya dos mil años atrás. Algunas de aquellas prácticas, todavía no son ni practicadas, ni conocidas, por muchos de los habitantes del planeta. Tenemos entendido cuanto la humanidad perdió con la desaparición de la civilización Romana por mano de los barbaros, hodiernos habitantes de la Europa del norte, dejando la humanidad en una noche milenaria, esperando el alba del Renacimiento, que "casualmente" floreció en la península Itálica.
Los indumentos varoniles y femeniles se parecían mucho. La mujer, al momento de vestirse endosaba una túnica igual a la del hombre, llamada stolae, la cual se enrollaba alrededor del seno para resaltar el mismo y lograr una mayor elegancia. Luego se colocaba un chal, llamado palla, que le llegaba hasta las rodillas. Debajo de la túnica, las mujeres Romanas tenían una braga elegante y sexy. En algunas circunstancias eran sutiles como la tanga actual. Una suave estofa le agarraba el seno como un sostén, llamado stophium, con la razón de levantar también los senos.
La mujer Romana, llamada domina, esposa o hija de un rico, se maquillaba como hacen hoy día las mujeres, sólo que usaba ingredientes de otro tipo. La operación era un rito. Duraba horas y era complementado de la ayuda de una a tres esclavas. Tinta de calamar para delinear los ojos, ceniza para las cejas, minio o cinabrio para pintarse las uñas de las manos y de los pies, un poco de polvo de oro alrededor de los pezones. Sólo quien se lo podía permitir, naturalmente. Esos ingredientes y otros no mencionados, venían elaborados a modo de cremas para que la aplicación resultara placentera. En algunos diseños encontrados en una casa Romana en Sicilia, se ven pintadas mujeres en el acto de bañarse en una piscina, con un sorprendente traje de baño a dos piezas, exactamente como el bikini actual.
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martes, 1 de marzo de 2011
Carnaval de Santo Domingo 2011
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martes, 1 de febrero de 2011
Playas y Palmas
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sábado, 1 de enero de 2011
Flores Caribeñas
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miércoles, 1 de diciembre de 2010
Alla mia Italia
Padre
Non ho il coraggio di recarmi pellegrino,
alla tua gran pietra immane baluardo,
alle membra stanche e al fatal pallore,
avevo paura di rivolgere lo sguardo.
Reso da sventure ripetute l’ala tua sostenni,
da giudizi sommari e speranze disattese,
nell'iniquità di riflessioni e mille accenni,
spinto ad agitarmi tra sporche e false distese.
Passata la porta oscura delle umane genti,
come guardano le spoglie che son morte?
Dimmi é sempre lo stesso dimenare
o al di là cambia la maniera di pensare?
E dimmi padre com’é andata,
sei sceso o risalito nella triste dipartita?
Credi valga la pena affannarsi a navigare
o meglio rimane sulla sponda a meditare?
Ridaresti i consigli che tante volte hai ripetuto
o hai cambiato idea e ti senti combattuto?
Son stremato e sempre più in affanno,
sono qui ad aspettare un tuo consiglio.
Riscalda padre, rinsalda le mie idee,
rintuzzale, cambiale, ma non tergiversare.
Ho fatto bene a trascurar l’amata patria
e fuggire il sudar di novello Cincinnato?
Sai qui é sempre più dura e passan gli anni,
son stanco di invidie e arcaiche concezioni,
ne ho abbastanza di egoismi, frodi ed inganni,
il mondo cambia e cancella le incaute illusioni.
Pensar alla morte mi sembra più appropriato,
spero tu mi accolga sempre con il solito sorriso,
l’oltretomba non é poi un posto così volgare,
anche se non spunta mai nemmeno un fiore.
L’amato corpo mortale fatto polvere dal tempo,
non vincerà il tuo ricordo vivo e prediletto,
mi insegnavi l’arte del sapere senza scampo,
sempre a grandi eventi elevo il mio intelletto.
Vorrei tornare nuovamente al fianco tuo,
alzar la testa al mirarti come quando fanciulletto
e ripartire con un altro punto di domanda,
per farti ridere portandoti la mano al petto.
per farti ridere portandoti la mano al petto.
Mediterraneo
Ti porterò a scoprire il Mediterraneo,
variegato come il dedalo dei suoi vicoli discreti,
il vento che si sfascia su differenti fronde,
percorso da varie melodie e segreti spenti.
Albeggia e l’azzurro tinge i suoi confini,
frastagliati e bagnati di luce un po’ soffusa,
sottostanti isole sparse e li disseminate,
come vesti su lingue parlate alla rinfusa.
Echeggiano i racconti d’Enea dal quasi oriente,
da scirocco sballottato nella nostra traiettoria,
coppe di vino ricordano gli antichi poteri,
trasportati dagli annosi intrighi della storia.
Ti guardo e scorgo un mare da sognare,
culla del sapere mi lasci senza parole,
come la bellezza delle tue donne che porgi,
al cuore del viaggiante negli isolati borghi.
Porti con te risposte che non descrivi,
lasciati pregare e mostraci i tuoi tesori,
ulivi e fiumi di nuvole forieri di profumi,
ti volgi delicato ai tuoi trambusti invasori.
Reminiscenze e avi scheggiati dal fluttuare,
ondeggiata prateria senza spigoli né acumi,
l’incrociar di rotte penetrano le tue creste,
afflitta da inutili fuochi e vacue tempeste.
La spuma trasporta una voce che non conforta,
dalle rive della dotta Alessandria già morta,
ci scrutiamo nell’anima respirando incenso,
in un confronto millenario che é un tormento.
variegato come il dedalo dei suoi vicoli discreti,
il vento che si sfascia su differenti fronde,
percorso da varie melodie e segreti spenti.
Albeggia e l’azzurro tinge i suoi confini,
frastagliati e bagnati di luce un po’ soffusa,
sottostanti isole sparse e li disseminate,
come vesti su lingue parlate alla rinfusa.
Echeggiano i racconti d’Enea dal quasi oriente,
da scirocco sballottato nella nostra traiettoria,
coppe di vino ricordano gli antichi poteri,
trasportati dagli annosi intrighi della storia.
Ti guardo e scorgo un mare da sognare,
culla del sapere mi lasci senza parole,
come la bellezza delle tue donne che porgi,
al cuore del viaggiante negli isolati borghi.
Porti con te risposte che non descrivi,
lasciati pregare e mostraci i tuoi tesori,
ulivi e fiumi di nuvole forieri di profumi,
ti volgi delicato ai tuoi trambusti invasori.
Reminiscenze e avi scheggiati dal fluttuare,
ondeggiata prateria senza spigoli né acumi,
l’incrociar di rotte penetrano le tue creste,
afflitta da inutili fuochi e vacue tempeste.
La spuma trasporta una voce che non conforta,
dalle rive della dotta Alessandria già morta,
ci scrutiamo nell’anima respirando incenso,
in un confronto millenario che é un tormento.
Figli nella tarda etá
Senza me andrete per la vita e voglia
il cielo che non sia del bisogno vostro greve,
scriccioli con radici di cristallo,
se l’inculcare non farà il dovuto danno.
Senza me camminerete per il mondo,
scricchiolii alle spalle avvisaglie di tormente,
ineludibili dal viver sia pur innocente,
calpesteranno tal volta l’incedere altalenante.
Senza me v’innalzerete per fastosi cieli
e tante volte insieme in confuse nubi,
mesto uccello giunto al desiato vespro,
seppi volare anche in quattro mura.
Al fianco veglierete l'ultima notte mia,
Al fianco veglierete l'ultima notte mia,
un pallore coprirà la mia lucida follia,
accarezzerò un estremo Pindarico pensiero,
per trasportarlo con me al di là dell’infinito.
Dolce é la morte
Dolce é la morte,
Dolce é la morte,
se fosti periplo della tua sposa,
se fosti áncora amata,
per affogarla al mare.
Tenero é il tuo viso,
se apri il nido ospitale,
lo allevi con una tenue pioggia,
lo secchi sotto il sole.
Metapontum
Dileguatomi dal tuo mondo antico e passeggero,
Dileguatomi dal tuo mondo antico e passeggero,
dalle radici del tuo pensiero rude e prigioniero,
torno a te in un ricordo estremo di Plutarco,
per declamarti e stringerti a un natio fuggiasco.
Aiuterò le forti braccia di quel Nestore ateniese,
per consegnarti alla storia più bella e cortese,
l'eternità tra i tuoi archi e templi in usura,
pezzi di gloria tra i tuoi tramonti a dismisura.
Entrerò nelle lignee spade della guarnigione,
torno a te in un ricordo estremo di Plutarco,
per declamarti e stringerti a un natio fuggiasco.
Aiuterò le forti braccia di quel Nestore ateniese,
per consegnarti alla storia più bella e cortese,
l'eternità tra i tuoi archi e templi in usura,
pezzi di gloria tra i tuoi tramonti a dismisura.
Entrerò nelle lignee spade della guarnigione,
per dirottare i colpi e cambiar l'aspra religione,
dalle confuse diatribe alla serafica concezione,
Pirro e Annibale non volevan sentir ragione.
Planerò nelle menti dei capi dalle concisi dimensioni,
acuirò la percezione deviando le avventate decisioni,
per affidarti al seno della più grande ammaliatrice,
alla quale l'umanità intera é a tutt’oggi debitrice.
Ora guardo qua e la gettate dopo tanto sangue,
monche cariatidi mezze colonne e inutil mura,
lamento di un tuo devoto e visionario cantore,
che ti vorrebbe ancora dalla polvere all'altare.
Ovunque vada porto di te colori e suoni,
errante vivo il gusto dei sapori e sensazioni,
manchi come gli amori che lasciai sulle tue coste,
manchi come gli amori che lasciai sulle tue coste,
spingesti il mio vascello all’onde in cerca di risposte.
Molte volte sorreggo con le mani il bersagliato capo,
lo riparo dai tuoni e fulmini del vivir in altrui loco
e sempre anelo ritornar tra le tue materne braccia,
anzi che le tenebre mi copran e di me non resti traccia.
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