domingo, 1 de julio de 2012

Basilicata é il suo secondo nome III






Nonno


Tu che affrettato hai il guado in questa losca conca
e oltre il fiume oscuro sei fioca e vaga voce ronca,
valicar vorrei il brutal antro e riveder il tuo aspetto,
goccia d’amor dell’impostor creato e al mio cospetto.


Al sol stridente ché necessità cingeva folta
e ai campi flettevi la schiena come la figura incolta,
ultimo nato colmo di pietas al tuo sommo giaciglio,
con lui tutto il fiorir di gioventù fosti benigno.


Un tempo che il ricordo rende il cor lieve e brioso,
viveva un uomo breve spiccio e laborioso,
il naso disegnato da un lampo del grecale,
la bocca un lieve ondeggiar del suo regale mare.


A me fanciullo soleva alzar leggero un aquilone,
forgiar con stracci colorati un rubicondo pallone,
tirar di scherma con due legni aguzzi tra le stalle,
nei campi ormai fiacco mi raccattava sulle spalle.


Gli scritti che sull’arido desco gentil donava,
per il mio solitario risveglio erano strenuo calore,
grato dei proficui lumi della vita freschi anfratti,
evoco quel che nell’animo correa e quel che godetti.


Le labbra mie esortava al riso e al fatuo fischiettare,
singhiozzi or che ho perso la forza del suo incitare,
sfogo profondo all’afflizione e ieri al mio gioire,
nel fondo colgo un castigo che flagella e fa soffrire.


Sulla pelle trincee ritorte scavate dalla guerra,
come arma una vanga natural dono della terra,
in tasca una laccio avvolto ricchezza del cafone
e pane estirpava all’aspra crosta come un leone.


Tal volta coi calzoni freschi tirati a festa,
ideava per burlar la gente una battuta lesta,
andava in piazza per ascoltar le nuove voci
e toglier con ironia ai passanti tutte le croci.


La tua riva attracco al mio costante navigare,
or vascello senza timone in perenne naufragare,
diuturno confronto con alte e radicate rimembranze,
poco di te perì lambito da eterne e proficue evidenze.


Al tuo avello come sostavi al mio giacere infermo,
sguardo volgo e arguzia chiedo al tuo sonno eterno,
ringrazio con gusto e vigor i tanti momenti felici
e sentite scuse se senza volerlo ho causato cicatrici.


Alle virtù facevi per dovizia dovuto inchino,
alla morte sberleffi a scongiurar l’inesorabil declino,
al fin ne canti avesti ne tangibili ricompense,
non carezze del viver scosceso ne parol commosse.


O vita! Che per le lerce vie i frutti tuoi van sofferenti
e crudele li cospargi di castighi e di tormenti,
su di noi al fin sembra gravare anche la luna,
poi rendi le pene lievi e via vai opportuna.























































































































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